Bahrein, l’esercito spara sui dimostranti Il vento di protesta rafforza l’Iran

Conquistatosi la fama di normalizzatore nella lotta contro i mau-mau in Kenya, negli anni 50, l’ufficiale è diventato il responsabile della sicurezza interna. Un lav o r o e s e g u i t o c o n puntigliosità  britannica. Si è guadagnato il plauso del regime e l’odio degli oppositori che lo hanno ribattezzato «il macellaio» . Andato in pensione nel 1998, la missione è stata affidata ad altri stranieri. Se l’esercito— — 12 mila soldati — è composto di locali, vengono invece in gran parte dall’estero i mille uomini dell’Apparato di sicurezza nazionale e i 20 mila uomini delle Forze speciali. In maggioranza sono di origine asiatica. Insieme ai camerieri filippini importano mercenari pachistani. La legione straniera non è certo l’unica presenza esterna. Il Bahrein ospita il comando della Quinta Flotta statunitense. Un poderoso sistema con 30 unità  – comprese due portaerei e 30 mila uomini – che deve vegliare sulla rotta del petrolio e sul vicino Iran. I rapporti con i nipoti di Khomeini non sono facili. Teheran ha rivendicazioni territoriali e fiancheggia la protesta della comunità  sciita nel Paese, da sempre costretta ad obbedire alla minoranza sunnita. Un sostegno che si manifesta con dichiarazioni pubbliche e manovre segrete. Al tempo stesso Teheran ha ordinato ai Pasdaran di gonfiare il petto. Il tema di molte esercitazioni svolte dai Guardiani è la contrapposizione con la Quinta Flotta. Non avendo mezzi adeguati, i Guardiani puntano sui missili e sul coraggio dei Pasdaran. Ecco allora la tattica degli attacchi a sciami: formazioni di battelli veloci che — in caso di guerra — dovrebbero creare problemi alla navigazione. Magari ricorrendo anche a sabotaggi affidati a commandos su mini-sottomarini migliorati con tecnologia italiana. Non riusciranno ad affondare una portaerei ma potrebbero danneggiare una petroliera. L’altro fronte che sottolinea l’importanza del Bahrein è a Ovest. La vicinanza con l’Arabia Saudita fa parlare di «rischio contagio» . Quelli che sembravano scenari accademici sono diventati realtà  dopo le rivoluzioni in Nord Africa. Un eventuale crollo in Bahrein potrebbe ripercuotersi nei palazzi degli Al Saud, da tempo contestati, divisi da faide interne e con il sovrano in salute precaria. I timori volano dal comando della Quinta Flotta fino a Washington. Ieri, Barack Obama, «molto preoccupato » , ha condannato la repressione in Medio Oriente. La Casa Bianca è di nuovo davanti al dilemma: incoraggiare il cambiamento chiesto dalle popolazioni senza compromettere gli interessi di sicurezza nazionale. Gli spazi di manovra sono angusti quanto lo stretto di Hormuz e c’è una complicazione in più rispetto a quanto è avvenuto al Cairo. Gli iraniani sono seduti sull’altra sponda. Ad aspettare.


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