Berlusconi attacca la Consulta “Boccia leggi giuste, la cambio”

ROMA – La solita telefonata del week end a un convegno del Pdl, a Cosenza in questo caso. Il solito fiume in piena. Una nuova aggressione a un organo costituzionale, stavolta la Consulta. È una vecchia ossessione di Silvio Berlusconi, quella della Corte. Orientata politicamente, in buona sostanza comunista. Altrimenti non gli avrebbe bocciato prima il Lodo Alfano e poi un bel pezzo di legittimo impedimento. Meritevole perciò di finire nel mirino. Il premier annuncia anche qualche dettaglio dei cambiamenti: «Saranno necessari i due terzi dei componenti per abrogare le leggi in modo da evitare che si ripetano le situazioni oggi, quando il Parlamento discute una legge, la approva e se non piace ai magistrati di sinistra, la impugnano davanti alla Consulta che è costituita in prevalenza da giudici che provengono dalla sinistra e dunque le abroga anche se sono leggi giuste e giustissime». L’offensiva continua, è la reazione berlusconiana all’inchiesta di Milano sul caso Ruby. «Noi ripresenteremo tutte le riforme della giustizia necessarie – avverte Berlusconi – saranno riforme costituzionali, le manderemo in Parlamento, le voteremo con la nostra maggioranza e quando saranno state approvate due volte da entrambe le Camere ci sarà  un referendum». Il cambio delle regole alla radice. «Non dobbiamo avere paura di quell’armata Brancaleone che è ormai diventata la sinistra. Hanno creato contro di noi una santa alleanza che non ha alcun futuro». Poi si andrà  davanti al popolo, come stabilisce proprio la Carta quando le modifiche non sono approvate con il voto dei due terzi delle Camere. I tempi, a parole, sono rapidissimi. Il pacchetto, che prevede anche le norme sulle intercettazioni «in modo da garantire la privacy dei cittadini», sarà  approvato «da un consiglio dei ministri a giorni», assicura il Cavaliere. Sono parole, minacce, attacchi che cadono nella sostanziale indifferenza dell’alleato leghista. Indifferenza che sfiora il gelo perché lo scontro innescato da Berlusconi mette in secondo piano il federalismo e ne ostacola il percorso. Un silenzio che però non sembra preoccupare il premier: «Ci confermano il consenso della maggioranza degli elettori. Possiamo continuare, quindi, ad andare avanti contando anche sull’appoggio dei nostri alleati e, in particolare, della Lega». Che incassa allargamenti della maggioranza lenti ma costanti. «E con la dipartita di Fini potremo varare le riforme», spiega Berlusconi. Soprattutto quella della giustizia. Perché, dice, tra il presidente della Camera e l’Associazione nazionale magistrati, esiste un «patto» che non è mai stato smentito. per bloccare qualsiasi «riforma che non fosse ben accetta dall’Anm». L’attacco a Fini viene respinto dai fedelissimi. «Tra il presidente della Camera e i magistrati non c’è mai stato alcun patto politico, ma il patto che dovrebbe accomunare poteri dello Stato per il comune rispetto della Costituzione», dice Carmelo Briguglio. Anche l’Udc boccia la nuova uscita del premier. «Le sue parole chiariscono come intende la riforma della giustizia – spiega Roberto Rao -. A queste condizioni il dialogo è impossibile». Intanto il segretario del Pd Bersani dice che «se viene fuori che ha dato a una minorenne 185 mila euro in due mesi, al netto dei gioielli, non intendo essere governato da uno così, uno di 74 anni, deve fare un passo indietro». Aggiunge Anna Finocchiaro: «Berlusconi rispetti la Consulta».


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