I tormenti della Cgil, tra ricerca della trattativa e necessità  del conflitto

Su questo fronte, la categoria della Funzione Pubblica ha detto il suo sacrosanto «no» chiaro e forte, sostenuta in pieno dal neo-segretario generale, Susanna Camusso. Lo stesso «no» pronunciato, in identiche condizioni, dai metalmeccanici della Fiom fin da luglio – a Pomigliano – e poi ripetuto, a cavallo d’anno, per Mirafiori.
Non è però sfuggito a nessuno che – nei due casi – il comportamento della confederazione non è stato esattamente lo stesso. Certo, la Fiom aveva ricevuto il sostegno politico e organizzativo della Cgil, tanto per la manifestazione del 16 ottobre quanto per lo sciopero generale dei metalmeccanici, il 28 gennaio. Ma tutti gli osservatori, persino i più neutrali, avevano dovuto notare le «sofferenze» di molta parte della Cgil. Addirittura esplicite, in alcuni dirigenti di vario livello, a favore di una «accettazione del risultato dei referendum», cioè di una «firma tecnica» per «rientrare in fabbrica». Anche a dispetto della brutale realtà  disegnata dal diktat del Lingotto: chi non firmava «prima» era comunque fuori.
Sofferenze che durano tuttora. Tant’è vero che Fausto Durante, coordinatore dell’ala «camussiana» in Fiom, nell’assemblea dei delegati di Cervia, si è sentito in dovere di votare contro la relazione di Maurizio Landini perché – tra le altre cose – non vi aveva trovato la volontà  di «riannodare il filo del dialogo» con Fim-Cisl e Uilm. Una scelta coraggiosa, ma dalla tempistica decisamente sfortunata: nelle stesse ore si andava consumando lo «strappo» sul pubblico impiego. Con modalità  identiche, un’altra grande categoria della Cgil veniva «buttata fuori». Senza nemmeno quel «di più» di antagonismo che di solito viene «imputato» alla Fiom.
Difficile trovare un’immagine più sincera e dolorosa del dilemma che attraversa il più grande sindacato italiano. La fase della «concertazione» è stata chiusa unilateralmente, sia dalla Fiat che da questo governo. Federmeccanica e Confindustria seguono questa corrente, con passi meno sicuri e qualche dubbio in più. Ma la seguono. La maggioranza che governa la Cgil sembra far fatica a prenderne atto. Prende posizione forte contro il governo e le sue politiche, mentre abbassa i toni con le imprese. Come se sperasse in una rapida uscita di scena del satiro di Arcore per poi tornare alla buona, vecchia, «normalità ». Quella che invece tutti, a cominciare dalle imprese e dai loro giornali, considerano definitivamente sepolta dalla crisi economica globale.
È un quadro che può essere cambiato, certo. Ma come si fa a riportare le controparti a un tavolo di discussione, se quelle non intendono venirci? Nella storia del sindacato – per questo tipo di problemi – la risposta c’è. Ma non ha alternative altrettanto efficaci. Si chiama conflitto e va al di là  delle (prime) due categorie oggi sotto attacco. Proprio quel che la segreteria della Cgil esclude.


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