Il mondo possibile passa per Dakar

DAKAR. Fa una certa impressione, vedere su un viale dell’immensa università  Sheik Anta Diop di Dakar la fila dei pullman della «Délégation malienne» al Forum sociale mondiale, il decimo della serie; il terzo in Africa dopo Nairobi e Bamako. Le donne, avvolte nelle loro stoffe di colori esplosivi; sono sedute in cerchio per preparare da mangiare. Perché sono venute fin qui, dopo un viaggio di 40 ore? E le altre carovane, quella che ha attraversato Bénin, Togo e Burkina Faso, o quella che addirittura è venuta dal Ruanda, quindici giorni di traversata e innumerevoli soste nei villaggi lungo il percorso per parlare con la gente, che cosa sono venute a cercare? Forse la «Carta per un mondo senza muri», che il mondo lo ha percorso davvero, a sua volta, dal momento che da quattro anni rimbalza da un capo all’altro dell’altro mondo possibile alla ricerca di un porto d’approdo.
Lo ha trovato qui, sull’isola di Gorée, luogo storico degli orrori del razzismo e dello schiavismo dove si impacchettavano gli esseri umani da trasportare sull’altra sponda dell’oceano. L’isola ha ospitato, nei giorni che hanno preceduto il Fsm, l’assemblea mondiale dei migranti. Scritta di pugno dai migranti del mondo, la Carta è stata infine approvata e avrà  qui il suo battesimo. Il documento dichiara «l’abrogazione delle leggi sui visti e ogni normativa limitativa del diritto a vivere dovunque sulla Terra. Accesso all’istruzione, diritto al lavoro, alla sicurezza, all’alloggio, libertà  di riunione, diritto a parlare la propria lingua materna e a far conoscere la propria cultura». Ecco perché il Forum è voluto andare in delegazione a Gorée, ieri mattina: i sindacati europei e la Cut brasiliana, oltre a varie associazioni italiane come l’Arci, hanno donato una targa alla Maisons des esclaves, a testimoniare, come dice Nicola Nicolosi, della Cgil, che di schiavismo soffriamo ancora.
Nel lungo corteo della marcia di aperrtura, domenica, si vedevano blocchi monocromi di persone, bambini e donne, che rappresentavano drammi sociali per noi esotici: i bambini di strada (con magliette che esortavano a non dar più loro l’elemosina), il movimento al femminile per la difesa dell’agricoltura familiare e di villaggio, i pescatori con tanto di barca con scritte contro il saccheggio dell’oceano, riserva di caccia dei pescherecci giapponesi e cinesi.
Quella che marcia sotto un sole d’inverno che brucia è anche una protesta contro il presidente senegalese Wade. Contro il rincaro continuo degli alimenti di uso quotidiano, come il riso. Ci sono le donne di un’associazione della Casamance che chiedono la pace nell’infinita contesa tra le due metà  del Senegal. Tra cartelli come «basta con gli stupri e le violenze sulle donne» o degli universitari «mobilitati per un mondo migliore», l’emergenza numero uno è chiara, è quella agricola. Le importazioni di beni alimentari in Senegal sono limitate, secondo il governo, a beni non primari, ma la gente subisce rincari continui. Persino nel mercato del Karmel, nel centro di Dakar, si vede uno striscione contro il carovita. E allora una gestione diversa dell’agricoltura diventa una speranza perché, come c’è scritto nello striscione di apertura, bisogna dire «no alla mercantilizzazione dell’agricoltura». Il tema poi viene declinato dalla Rete delle organizzazioni contadine dell’Africa, che ha in Senegal un’associazione molto forte, la Cncr, che forma un bel pezzo di corteo: «I contadini sanno come preservare e coltivare il loro territorio, non abbiamo bisogno di esperti internazionali e americani», commenta il presidente d’onore del Cncr, Mamadou Seissokho. Sfilano anche le donne di un’associazione del quartiere popolare, e centrale, della Medina, meta d’immigrazione nigeriana e maliana. Cercano di combattere la tradizione di far sposare le bambine a 5-6 anni pagando una dote alla famiglia del futuro marito. Nella folla ci sono anche emergenze ambientali, come la fabbrica indiana che ricicla batterie di automobile causando tumori e malattie alla pelle negli abitanti delle tre cittadine alle porte di Dakar (Sebikotan, Diam Ndio e Mont-Rolland). Secondo il comitato di abitanti nato pochi mesi fa, sono morte 25 persone in tre anni. «Il governo mente» dice un cartello e suggerisce che «si son presi delle mazzette».
Insomma, cosa pensano, tutte queste persone, che un Forum sociale mondiale, per quanto affollato (i giornalisti accreditati sono mezzo migliaio e le associazioni registrate un paio di migliaia), e nonostante l’evidente affanno nell’organizzazione, per cui non esiste ancora un programma completo e ogni angolo è fitto di avvisi sullo spostamento di qua e di là  di incontri e conferenze, possa aiutare tutto un continente, a sopravvivere?
La rivoluzione araba
E i tunisini che ieri sono venuti a raccontare l’inspiegabile, una rivoluzione araba che non è nemmeno cugina dell’integralismo, che è esplosa all’improvviso nelle periferie e nelle campagne, che non ha capi né organizzazioni, e che, soprattutto, hanno detto tutti loro, non è affatto compiuta, di chi cercavano la complicità ? Ovviamente degli egiziani, alcuni dei quali dovrebbero arrivare a breve, frontiere permettendo. Ma i marocchini? Presenti qui a centinaia, ben organizzati, sostengono tutti che il loro paese «è diverso», che la dinastia regnante è la più antica del mondo islamico, che i diritti umani sono garantiti e la libertà  di parola pure, e verrebbe da credergli, almeno fin quando si mettono a litigare con i Saharaui, la cui terra è occupata illegalmente da decenni dall’esercito marocchino e, proprio in questo momento, stanno gridando la loro indignazione alle nostre spalle.
Un paese contraddittorio
E d’altra parte il Senegal, ospite del Forum, è un appunto paese assai contraddittorio. Al primo colpo d’occhio sembra che la modernità  si sia fermata, in città , agli anni sessanta, all’epoca dell’indipendenza. Ma è una illusione ottica, non solo perché, vista dal mare, la skyline di Dakar pare quella di una città  americana, coi grattacieli e il corredo di grandi strade di scorrimento già  intasate alle 9 di mattina, ma perché l’economia locale sembrava correre, nel decennio in cui il «democratico» Wade ha accompagnato gli investimenti promossi dalla destra francese di Chirac e Sarkozy, dopo il crollo del regime «socialista» al potere fin dall’indipendenza. Solo che ora tutto zoppica, sia per la crisi mondiale che per la guerra civile strisciante nella Casamance, il sud di etnia diversa dai Woloff dominanti; sia per la precoce decrepitezza del regime di Wade, che sta cercando di lasciare il potere a suo figlio e poi perde disastrosamente le elezioni comunali a Dakar, dove ormai vive quasi un senegalese su due, e il giovane e brillante sindaco, socialista sì ma molto rinnovato, riceverà  la visita, oggi, di Massimo D’Alema, dopo quelle di Martine Aubry, segretaria del Ps francese, e della sua rivale Ségolène Royale. Discorsi pubblici hanno tenuto il boliviano Evo Morales e l’ex presidente Lula (i brasiliani sono molto numerosi, al Forum, in qualità  di soci fondatori). Evidentemente, proprio come i maliani, i togolesi e i ruandesi delle carovane, anche i politici con varie sfumature di progressismo vanno cercando qualcosa, al Forum sociale mondiale.
«C’è una grande mobilitazione contro l’imperialismo americano – scandisce Morales dal palco, alla fine della manifestazione di apertura -. Abbiamo imparato a partire dalle lotte sociali per affrontare poi le elezioni. Siamo partiti dagli esclusi, dagli indigeni, da chi non ha potere. Ai compagni africani invasi, colonizzati e sfruttati dico che anche noi siamo stati umiliati e conquistati. Per vincere ci vuole un programma dal basso, basato sulla pubblicizzazione dei beni primari a partire dall’acqua».
Ed è poi Lula a guadagnare la scena ieri nella Place du Souvenir, un monumento a tutti quelli che da qui sono partiti. Osannato come una star dalla delegazione brasiliana, Lula ha offerto la sua ricetta all’Africa. «La tesi che cercano di far passare è che la povertà  sia inevitabile, che lo sviluppo sia possibile solo per una piccola parte della popolazione mondiale. Tutti gli sforzi per sconfiggere la povertà  sono basati su assistenzialismo e populismo. Non ci arrendiamo, non sostituiremo il neo-liberismo con nazionalismi primitivi, conservatori e autoritari», dice Lula. La sua ricetta è la nazionalizzazione delle imprese, il recupero della sovranità  politica e alimentare. Racconta di come questa politica anti-liberista sia riuscita in Brasile a sconfiggere povertà  e ignoranza. Lula consiglia di rafforzare i legami tra gli stati africani perché l’Africa, «culla dell’umanità », dia da mangiare a tutto il mondo. «I prezzi degli alimenti sono in rialzo in tutto il mondo, man mano che le nazioni ricche sono in crisi, investono in petrolio e materie prime, e non c’è ragione perchè il petrolio sia a 100 dollari a barile».
Il presidente senegalese Wade è seduto accanto a Lula ma non potrebbe essere più lontano. Si proclama liberista, dice di non condividere le proposte del Forum nonostante le segua dal 2001 (era a Genova). Parla di un progetto che chiede come gli introiti del petrolio vengano divisi fra stati africani che ce l’hanno e quelli che non ce l’hanno: il discorso lo applaudono solo i ministri del suo governo mentre Lula continua ad essere acclamato come una star e accompagnato tra ali di folla fino a che sale in macchina.
Alla fine, tutto questo suona come una conferma che questo strano animale, il Fsm, dieci anni dopo è ben vivo. Il suo valore principale risiede nel gigantesco frullatore in cui vengono gettati seminari e conferenze, «convergenze» e presentazioni reciproche su temi che hanno a che fare con la vita del pianeta, nientemeno, dalla sovranità  alimentare al destino degli alberi, dal ruolo delle donne ai dolori dell’infanzia, dal commercio mondiale alle libertà  sequestrate, argomenti svolti in questo caso in un francese meticcio con scarti verso l’arabo e il wolof e timide apparizioni di altre lingue europee, e che produrranno movimenti globali come quello dell’acqua o quello per l’energia non tossica. Non parrebbe poco.


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