Il richiamo del Quirinale: regole violate, parola alle Camere Alta tensione con Palazzo Chigi

VIOLATE le norme, bruciata ogni prassi, traditi i processi istituzionali, sottovalutata l’importanza della legge. È lungo l’elenco dei motivi con cui Giorgio Napolitano ha rispedito a Palazzo Chigi il decreto sul federalismo.
Dopo l’approvazione del provvedimento, il presidente della Repubblica ha impiegato una sola mattinata a bocciare quel testo. Non tanto nel merito, ma per il metodo con il quale è stato licenziato. Una procedura che ha suscitato nel Colle uno stupore che supera tutti i precedenti più burrascosi.
La tensione è tornata altissima. Il filo del dialogo tra la massima carica del Paese e il premier è sfibrato. A riannodarlo c’è solo Gianni Letta e, in parte, Umberto Bossi. Silvio Berlusconi invece è inferocito: «La sua è stata una decisione politica. Altro che. I nostri tecnici ci hanno spiegato che avrebbe potuto anche firmarlo. Ha voluto deliberatamente cogliere solo gli aspetti negativi di quanto abbiamo fatto». Ma soprattutto il Cavaliere si è convinto in queste ore che anche il Colle si stia piegando ad una «manovra» per disarcionarlo.
Ma se il capo del governo non ha nascosto ai fedelissimi la sua rabbia, anche Napolitano ha illustrato punto per punto tutte le sue perplessità . Lo ha fatto con lo stesso Letta, con il ministro per la Semplificazione Calderoli e con il leader leghista Bossi. Con il primo ha avuto un colloquio freddissimo e gli ha snocciolato tutte le sue più pesanti perplessità . Con il Senatur, ieri mattina, il tono è stato più pacato. Anche perché il leader leghista ha immediatamente innestato la marcia indietro dopo aver imposto giovedì sera l’accelerazione. «Presidente – si è scusato il titolare delle Riforme – non avevo capito. Calderoli non mi aveva detto niente. Ma se stanno così le cose, è chiaro che torniamo in Parlamento. Certamente lo faremo». La telefonata con Bossi è, però, solo l’ultimo passaggio di una vicenda che l’altro ieri ha sfiorato una vera e propria crisi istituzionale.
Il tutto acuito da una circostanza giudicata «incredibile» e sicuramente senza precedenti. La decisione di convocare il consiglio dei ministri straordinario infatti era ignorata da Letta. «Sono stato fino ad ora al Copasir – si giustificava il sottosegretario – non ne so niente». Il Quirinale, quindi, non era stato avvertito. Il capo dello Stato non aveva ricevuto alcuna comunicazione sull’esigenza di convocare d’urgenza l’esecutivo e in un certo senso seguiva la vicenda al buio. Con una maggioranza pilotata da chi – in assenza di Letta – ignorava tutti i più consolidati percorsi istituzionali e da chi – a cominciare dal capo Lumbard – coltivava l’esigenza di risultati immediati. «Se non facciamo il decreto ora – era l’avvertimento di Bossi al Cavaliere giovedì pomeriggio – io non tengo i miei. Non ce la faccio e a pagare sarai tu».
Niente, insomma, era stato concordato. Tant’è che una volta ricevuto il testo del provvedimento, gli uffici del Quirinale hanno immediatamente rilevato una serie di incongruità  formali e procedurali. A partire dal mancato coinvolgimento delle aule parlamentari. Il voto di pareggio della “Bicameralina”, infatti, va considerato negativo e quindi richiede un nuovo pronunciamento. I regolamenti della stessa commissione presieduta da La Loggia e della Camera parlano chiaro a questo proposito. Senza considerare che la commissione Bilancio – cui la legge delega attribuisce il compito valutare il decreto – non ha nemmeno svolto la votazione. Il campo dei pareri dunque è largamente inevaso.
Le osservazioni degli esperti del Colle sono puntuali. Ogni aspetto è stato esaminato con attenzione. E il nodo più spinoso riguarda le scelte del governo: per muoversi in senso difforme dal Parlamento, è obbligato a presentare nuovi testi facendone comunicazione a ciascuna Camera. Nuovi testi perché il precedente di fatto non esiste più. Qualsiasi passo deve essere preceduto dalla comunicazione al Parlamento. Che non è certo chiamato a rivotare sul decreto. Anche se, fanno notare i consiglieri giuridici di Napolitano, ogni volta che l’esecutivo svolge le sue comunicazioni in Aula, le Camere possono esprimersi con voti – ad esempio ordini del giorno – sulle stesse comunicazioni rese dall’esecutivo.
Per di più, è mancato un altro passaggio fondamentale: il dialogo con la Conferenza unificata in cui sono rappresentati i Comuni, le Province e le Regioni. E se anche la maggioranza dovesse riformulare i contenuti già  concordati con l’Anci, comunque tutto deve prioritariamente passare dalle “comunicazioni” alle Camere.
Ma c’è una questione che il presidente della Repubblica continua a giudicare centrale: il suo richiamo a evitare le contrapposizioni e a ricercare il dialogo, è stato disatteso dopo sole 24 ore. Una circostanza che nei prossimi mesi peserà  nel rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi.


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