La bimba africana all’asilo senza il pasto Veneto diviso tra razzismo e solidarietà 

FOSSALTA DI PIAVE. Putiferio in Veneto attorno a una bimba di nome Speranza. La storia è quella di un’africana di quattro anni che non ha i soldi per la refezione all’asilo. Siccome nessuno provvede, le maestre regalano alla piccola i loro buoni pasto e notificano la cosa al sindaco. Ma questo le blocca e dice: date pure il vostro cibo, ma non i buoni comunali, perché sarebbe danno erariale. Le maestre rinunciano, e la piccola torna a casa a mezzogiorno, in lacrime. Succede nella pianura profonda, a Fossalta di Piave, a pochi metri dall’argine. Ignoti benefattori mettono mano al portafoglio, comprano i buoni e la piccina torna in classe dopo una breve assenza. Ma la cosa trapela e ora l’indignazione corre sul filo, dilaga sulla rete, scuote il mondo del volontariato e del buon solidarismo contadino.
Sindaco leghista, maestrine pare di sinistra, lacrime di una bambina africana, una mamma confinata in casa e un papà  musulmano, per giunta quasi imam. Ingredienti perfetti. Altro che secessione da Roma, commentano sul Piave, questa è una secessione dal Veneto, dalla sua anima migliore. Una storia di ordinaria ferocia, “la conferma di tutti gli stereotipi su di noi”. “Che paghi Bossi”, sta scritto sul blog della “Nuova”, “Una schifosa deriva fascista”; “Silvio regala soldi alle puttane, qui non ce ne sono per una bambina innocente”. Cose così. Ma il sindaco non prende botta e accusa le sinistre di essere loro a strumentalizzare la bimba innocente per bloccare la grande marcia verso il federalismo.
Nebbia tremenda, l’intero Nordest pare avvitarsi attorno a questa bassura di canali e ipermercati dove Hemingway fu ferito e gli arditi sfondarono nell’estate del ’18. Un territorio spaesato, sparato troppo in fretta nella modernità , con il dieci per cento di stranieri, gli unici che passano intabarrati in bici. Su una lavagna appesa nel municipio in odor di razzismo c’è scritto: residenti 4.227, con 450 stranieri, di cui 383 extracomunitari. Le spese sociali sono quasi tutte per stranieri, il novanta per cento. Mi aspetto un sindaco feroce alla Borghezio e invece l’orco – nome Massimo Sensini – è un bancario gentile di piccola taglia che esce dal suo ufficio con un senegalese di nome Dundane, l’uomo che ha il compito di calmare le acque tra gli immigrati. «Vede? Dovremmo litigare, e invece ci aiutiamo». Tenta di farsi capire, dopo quelle parole mal dette o male interpretate. È stressato per la tempesta che si è abbattuta sui centralini del Comune e dell’asilo, e per il nervosismo degli alleati del Pdl. «Sono totalmente in disaccordo e non solo a titolo personale – mi ha appena detto Daniele Bincolato, uscito per dissensi dalla giunta – c’erano tanti modi per risolvere la cosa, e non si sono esplorati».
Insomma, “se podea rumar”. Si poteva arrangiare tutto senza impennate burocratiche, e molti non capiscono perché il sindaco si sia richiamato proprio alle leggi di Roma ladrona. Qui tutti lo sanno, e lo sa soprattutto la Lega: “Chi legi carteo no magna vedeo”, chi bada troppo alle leggi sui cartelli, resta in braghe di tela e non mangia carne. Anche con la piccola Speranza bisognava non leggere cartelli, “far de scondion”, muoversi di nascosto. Tutto attutito, sfumato, come la nebbia che esonda dal Fiume sacro della Patria. In Veneto nulla viene detto e fatto direttamente. A Montecchio Maggiore, altra roccaforte padana, il Tricolore issato lo scorso agosto su una ciminiera da un commando garibaldino è stato tolto di notte da una ditta di telefonia, per non dare nell’occhio e non esporre il Comune.
«Legga», dice mettendomi un foglio davanti al naso. «È la mia risposta alle maestre. Prima dei dubbi erariali sulla donazione, le ho ringraziate per il loro atto di solidarietà . C’è scritto: sentito ringraziamento per il gesto di alto valore morale». Sì, ma lei ha dichiarato che il padre era un fondamentalista islamico. «Se ho fatto capire questo, mi dispiace. Io ho detto integralista, e sullo Zingarelli c’è scritto che vuol dire rigoroso nell’applicare la legge».
Non è più la Lega di una volta. Ora è un partito di governo, una Dc curiale e attenta alle sfumature. «La situazione la risolveremo, ma non con i buoni pasto. Qui serve un intervento alla radice. C’è una mamma che non comunica, ci sono cinque figli e c’è un papà  che è andato in Belgio in cerca di lavoro. La cosa è complessa». No, razzista proprio no, s’arrabbia. «Ma lo sa che stiamo mettendo in cantiere i corsi scolastici per le mamme straniere? Lo sa che siamo stati i primi a introdurre i voucher per le prestazioni di lavoro occasionale, che servono soprattutto gli stranieri?».
Municipio a asilo, nuovi entrambi, si fronteggiano nella nebbia. Intorno, silenzio. Tace la madre che non sa l’italiano e vive semi-reclusa da anni, figurarsi ora che è finita sui giornali. Tacciono le maestre ribelli, per timore di sanzioni. Tace la chiesa, maestra del non-dire. Tace persino la Lega a livello regionale, per non esporsi con la Curia che non si sa mai. E poi c’è un sindaco che ha fatto pochino per spiegarsi, non si sa se spiazzato o lusingato dalla visibilità  piovuta sul suo paese a quota zero. E così, nel mezzo del frastuono, l’epicentro della storia resta avvolto in un mormorio da confessionale.


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