La destra rispolvera l’immunità  parlamentare per fermare il Rubygate si muove l’Avvocatura

ROMA – Voglia di immunità , come legge-manifesto, ma anche di processo breve, intercettazioni, responsabilità  civile dei giudici, separazione delle carriere e del Csm. Ma soprattutto di una mossa per bloccare il Rubygate, l’unica possibile perché rapida: il conflitto d’attribuzione alla Consulta sollevato da palazzo Chigi tramite l’Avvocatura dello Stato, visto che con la Camera si rischia di perdere troppo tempo. È un’offensiva in piena regola sulla giustizia quella che parte da palazzo Grazioli. Dove, nel giro di 24 ore, si confrontano il Guardasigilli Alfano, gli avvocati Ghedini e Longo, i componenti della giunta per le autorizzazioni, l’ex aennino Manlio Contento autore di una proposta sulla divisione in due del Csm (giudici e pm), l’ex sottosegretario Luigi Vitali con il suo ddl per indennizzare le ingiuste intercettazioni. Tutto il Pdl si muove contro le toghe. Si preannunciano settimane caldissime. Il primo passo sarà , non appena il gip di Milano deciderà  il destino del Rubygate, il conflitto alla Corte. Maurizio Paniz, l’avvocato di Belluno che ha difeso Berlusconi in aula, è convinto che la Camera non possa bloccare un’eventuale richiesta del Cavaliere, di cui dice: «È come Zornitta, tutta l’Italia era convinta che fosse il famigerato Unabomber, che fu prosciolto perché era innocente». Lui era il legale. Per Ghedini e Longo è più semplice che si muova palazzo Chigi. Dal Rubygate alla trama anti-giudici. Anche se non ha alcuna speranza di essere utilizzata in tempi brevi, riecco l’ipotesi di ripristinare l’autorizzazione a procedere “morta” nel ’93 sull’onda delle monetine lanciate a Craxi sotto l’hotel Raphael. Ci pensa l’ex radicale Peppino Calderisi a raccogliere (c’è voluto tutto gennaio) 101 firme per presentare un ddl sull’immunità  che recupera la proposta dei senatori Luigi Compagna (Pdl) e Franca Chiaromonte (Pd), da tempo al Senato. Ottima per Berlusconi, visto che mette un argine alle inchieste dei pm. I quali, prima di chiedere il rinvio a giudizio, devono avvertire il Parlamento per essere autorizzati ad andare avanti. Le Camere hanno 90 giorni per pronunciarsi e possono congelare l’inchiesta. Un nuovo lodo Alfano. Ma una legge costituzionale (quattro passaggi parlamentari, referendum se non si raggiungono i due terzi) mal si sposa con l’urgenza di Berlusconi. Il quale ha ordinato ai suoi di ripescare tutte le proposte sulla giustizia finora bloccate dai finiani. A partire dal processo breve. Di cui s’è discusso a lungo nella residenza del premier, soprattutto sulla norma transitoria. Lasciare l’attuale (legge solo per i reati indultabili) o toglierla per rientrare i dibattimenti in corso che hanno sforato i sei anni? Anche nel Pdl sanno bene che Napolitano fermerebbe tutte e due le soluzioni perché violano la Costituzione. La via d’uscita ancora non c’è. Sulle intercettazioni il Cavaliere vuole andare avanti. Tramontata nel giro di 24 la via del decreto (in cui sarebbero entrare solo le norme bavaglio sulla stampa col divieto di pubblicare le intercettazioni fino al processo), è ferma l’intenzione di ripescare il ddl che giace in aula alla Camera. Come emendamento verrebbe inserita la proposta di Vitali sul risarcimento per gli ascolti rivelatisi inutili (imputato assolto). In un unico pacchetto, o con più ddl, le riforme costituzionali sulla separazione delle carriere e del Csm, e sulla responsabilità  civile dei giudici. Per la quale, in commissione Giustizia, si cercherà  di far camminare speditamente la legge ordinaria in modo da far pagare direttamente la toga in caso di «colpa grave» per un processo sbagliato.


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autore: MikiAnn, da Flickr (immagini di autore: MikiAnn, da Flickr)
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