La fine della paura

Ma il regime non poteva tollerare un raduno indetto dai leader dell’opposizione Moussavi e Kharroubi: temeva la sua prevedibile trasformazione in protesta contro gli autocrati locali in turbante ed elmetto; tanto che, nei giorni scorsi, aveva invitato gli iraniani a manifestare all’interno delle celebrazioni ufficiali per l’anniversario della Repubblica Islamica. Consentirlo significava ridare agibilità  politica a un movimento accusato di essere ” controrivoluzionario”; così, dopo aver posto i leader dell’Onda verde agli arresti domiciliari, polizia e milizie hanno usato il pugno di ferro con quanti sono tornati coraggiosamente nelle strade dopo più di un anno di capillare repressione. Stroncando sul nascere la protesta il regime cerca di evitare il “contagio” arabo, ma così facendo svela la solidarietà  strumentale espressa a quanti, a Tunisi come al Cairo, hanno lottato per deporre gli invisi autocrati arabi. Teheran sa bene che i protagonisti della rivolta nordafricana non sono fautori di uno Stato islamico ma giovani, come quelli iraniani, connessi a quella società  mondiale che la Rete e la globalizzazione plasmano incessantemente. La rivendicazione di un “Medioriente islamico” in versione iraniana, già  fallita dopo il 1979 in ragione del carattere sciita della rivoluzione khomeinista in un mondo arabo largamente sunnita, è solo uno slogan. Certo Teheran ricava indubbi vantaggi geopolitici dal crollo del regime egiziano, che libera la Gaza dell’alleato Hamas dalla pressione di una delle potenze laterali che la stringeva nella morsa; ma le “rivoluzioni arabe” sono un terreno tutt’altro che fertile per l’Iran. Il loro esempio può essere fatale, se si realizzano certe condizioni. Per evitare il “contagio” il regime ha comunque degli antidoti. Contrariamente a quelle egiziane, le sue forze armate sono impermeabili alle pressioni esterne. Se gli Usa hanno potuto premere per far dimettere Mubarak, è perché i militari egiziani rischiavano di vedersi tagliati gli ingenti fondi che Washington versa nelle loro casse da più di tre decenni. Dipendenza del tutto esclusa per Pasdaran e forze regolari della Repubblica Islamica. Inoltre, nonostante la crisi economica, le sanzioni, l’alta disoccupazione in una realtà  in cui quasi due terzi della popolazione sono giovani sotto i trent’anni, l’Iran ha ancora possibilità  di redistribuire reddito. Evitando così quella saldatura tra ceti medi e popolari che può far fare il salto di qualità  all’opposizione. Come ogni “Stato petrolifero” l’Iran ha praticato una generalizzata politica di sovvenzione ai beni di prima necessità . Recentemente Ahmadinejad ha abolito le sovvenzioni al prezzo del carburante, che ora ha quadruplicato il prezzo. Questa misura, insieme all’annunciata riforma fiscale, destinata a aumentare la pressione sui più ricchi, ha insieme una finalità  ideologica,: premiare i “diseredati” con i risparmi ottenuti attuando le promesse originarie della Rivoluzione. E una finalità  politica, spezzare la potenziale alleanza tra poveri e ceti medi e abbienti che può fare da massa critica. Nel ritorno in piazza dell’opposizione al grido di “morte al dittatore” è comunque importante la fine della paura: la stessa che ha smosso una “piazza araba” a lungo immobile e che l’Onda aveva ignorato per sei lunghi mesi dopo il colpo di stato nelle urne del 2009. Una sensazione, quella della paura, divenuta fattore chiave della costituzione materiale della Repubblica Islamica nel tempo del potere nero. Almeno in questo il “contagio” arabo ha lasciato il segno.


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