La rivoluzione continua

IL CAIRO. Alla vigilia del grande raduno anti-Mubarak che si attende oggi in Piazza Tahrir al Cairo, il presidente egiziano ha scelto il basso profilo e ha preferito far scendere in campo il volto (quasi) nuovo dei vertici del regime egiziano: il neo vice presidente Omar Suleiman. All’inizio l’uomo indicato da più parti come il successore di Mubarak, si è mostrato alle telecamere della tv di stato come il padre della grande famiglia egiziana. Ha indicato che nuove elezioni dovrebbero tenersi il prossimo agosto e che gli emendamenti alla costituzione verranno approvati entro 70 giorni. Ha persino ringraziato i «giovani manifestanti» di Piazza Tahrir che si battono contro il regime, definendoli «la fiaccola delle riforme». Poi, perentorio, Suleiman ha affermato che la brutale aggressione di mercoledì compiuta da attivisti pro-Mubarak costata la vita ad una decina di persone, è il risultato di un «complotto» fomentato da egiziani ma anche dall’estero. E ha respinto seccamente le «ingerenze» straniere. Poco prima il neo premier Ahmed Shafik aveva escluso categoricamente le dimissioni di Mubarak. Ieri si è mossa anche la Procura generale che ha vietato l’espatrio ad alcuni ex ministri ed ad altre autorità  del paese, fra cui il ministro degli interni Habib el-Adli e il magnate dell’acciaio, Ahmad Ezz, cui sono stati bloccati i conti bancari. La teoria del «complotto» ha segnato tutta la giornata, trasformando le strade del centro (e non solo) del Cairo in una savana metropolitana dove condurre una terribile battuta di caccia a danno di attivisti della rivolta diretti in Piazza Tahrir e di giornalisti locali e stranieri. Le strade del wast al balad, il centro, e quelle intorno alla piazza simbolo della ribellione, di solito tra le più accoglienti della capitale egiziana, si sono trasformate in un incubo per decine di persone. I baltagi, gli agenti della polizia segreta, camuffati da simpatizzanti del rais hanno bloccato autovetture e taxi, per controllare i documenti di autisti e passeggeri. E mentre lo facevano, urlavano e schiaffeggiano alcuni dei malcapitati. Maltrattati anche gli ultimi stranieri rimasti al Cairo e i giornalisti, «rei» di criticare il rais Mubarak. «Torna a Londra dalla tua gente, questo non è il tuo paese», ha urlato uno dei baltagi a Mark, un giovane britannico che sta completando il dottorato all’Università  americana del Cairo. «Quel tipo voleva sequestrarmi il passaporto ma per fortuna sono riuscito ad allontanarmi», ha detto Mark prima di lasciare la zona a passo veloce. Gli agenti hanno anche paralizzato il grande incrocio tra Via Talat Harb e Viale 26 Luglio scandendo «Mubarak, Mubarak, sei il leader dell’Egitto». Molti passanti si sono allontanati nel timore di ritrovarsi coinvolti in scontri. La caccia all’uomo è proseguita anche sotto lo storico Hotel Windsor dove un uomo, sospettato di essere un Fratello musulmano, è sfuggito per miracolo a un pestaggio. Nel pomeriggio e a sera la caccia all’uomo si è concentrata sui giornalisti stranieri e gli attivisti dei diritti umani. Almeno venti inviati di giornali e televisioni sono stati arrestati dalla milizia pro-Mubarak e dalla polizia mentre voci non controllate di raid negli alberghi della capitale contro i reporter stranieri sono andate avanti per ore creando forte preoccupazione. Non ci sono dubbi invece su di un tentato assalto alla sede locale della tv saudita al Arabiyya così come la tentata incursione in un hotel frequentato dalla stampa estera e l’aggressione a due inviati della televisione turca. È introvabile inoltre un giornalista belga di Le Soir arrestato due giorni fa. Due giornalisti del canale russo Zvezda, arrestati per non aver rispettato il coprifuoco, «sono stati ritrovati (dai diplomatici russi) negli uffici del contro-spionaggio militare». Altri inviati e corrispondenti hanno denunciato inoltre di essere stati derubati dalla polizia, in particolare nell’area di Piazza Tahrir. Hanno vissuto momenti tragici anche due insegnanti di Trieste, Stefano Lazzaro di 27 anni e Francesca Mininel di 32 anni, sequestrati da una banda armata di coltelli e machete (vedi articolo a fianco, ndr). Costantino Paonessa, uno studente della Sapienza di Roma, che vive da 3 mesi al Cairo per un dottorato, è riuscito assieme ad altri 12 italiani a raggiungere l’aeroporto con la scorta dell’esercito. «Nei quartieri borghesi la situazione è più tranquilla, ha raccontato Paonessa al manifesto, «io invece risiedevo nel quartiere popolare di Abdin, a 200 metri da piazza Tahrir. Fino a ieri la situazione era pacifica, l’atmosfera cordiale, direi all’egiziana, tra un tè e una partita di pallone ma nella notte è cambiato tutto». Un cambiamento nell’atteggiamento di un popolo che pure è noto per la sua eccezionale ospitalità  e grande generosità , che senza dubbio è frutto anche del martellamento della tv di stato che continua a descrivere la crisi in atto come un piano di forze straniere per «dilaniare la nazione egiziana». Il regime ha rialzato la testa, ora si sente forte e attua contromisure vergognose contro i manifestanti anti-Mubarak e gli stranieri. Ma la rivolta non è spenta, nonostante le stragi e la repressione (ieri dall’Hotel Hilton due cecchini hanno sparato sulla folla). I giovani che da oltre una settimana presidiano Piazza Tahrir hanno rifiutato l’invito a dialogare avanzato dal primo ministro Ahmad Shafiq. «Non accetteremo alcun dialogo con il regime fino a quando la nostra principale rivendicazione non sarà  soddisfatta: il presidente Mubarak deve lasciare», ha dichiarato Amr Salah del movimento 6 Aprile. Il no al dialogo è arrivato anche da Mohammed Aboul Ghar, portavoce della Coalizione nazionale per il cambiamento, costituitosi intorno a Mohamed ElBaradei e che conta tra i suoi membri i Fratelli musulmani e il movimento Kefaya. «Nessuna negoziazione con il governo prima delle dimissioni di Mubarak. Dopo, saremo pronti a dialogare con il vicepresidente Suleiman», ha detto Ghar. Oggi si attendono centinaia di migliaia di egiziani che non rinunciano a lottare per la libertà  e contro il regime. La «rivoluzione del 25 gennaio» non si arresta.


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