La voce delle donne tunisine

Dalla Gran Bretagna ha svolto il ruolo di ideologo per i movimenti islamisti del Maghreb. Al rientro in Tunisia ha detto che il suo compito è quello di ricostruire il partito evidentemente in vista delle elezioni, anche se lui, ha affermato, non parteciperà  alle presidenziali che dovrebbero tenersi entro sei mesi. Ad accoglierlo all’aeroporto un migliaio di sostenitori al grido di «Allah ul-Akbar» (Allah è grande), ma anche un gruppo di oppositori laici che scandivano lo slogan: «Sì all’islam, no all’islamismo». Secondo quanto riferito da uno dei partecipanti, Medha Barsaoui, i manifestanti sono stati trattati «come miscredenti, sionisti, giovani incoscienti che saranno giudicati da Allah per la loro bestialità ». Poi i militanti di Ennahda hanno strappato i cartelli e «schiaffeggiato una donna e aggredito altri due manifestanti». Il ritorno di Ghannouchi darà  probabilmente maggiore visibilità  agli islamisti rimasti finora isolati. La rivoluzione dei gelsomini è infatti un movimento laico. Anche le militanti dell’Associazione delle donne democratiche, che sabato sono scese in piazza a centinaia, hanno voluto mandare un messaggio chiaro agli islamisti: «Non siamo disposte a rinunciare ai nostri diritti acquisiti».
SUDAN. I sostenitori sudanesi delle rivolte in corso nel Nordafrica hanno avuto il loro primo «martire». Secondo quanto denunciato attraverso Facebook dai «Giovani per il cambiamento», uno studente è stato ucciso di botte dalle guardie di sicurezza di Khartum. Mohamed Abdelrahman è morto domenica sera all’ospedale per le ferite riportate. Le proteste sono continuate tutta la notte all’università  di Khartum, ma ieri mattina è intervenuta la polizia con i manganelli e i lacrimogeni lanciati fin dentro i dormitori. Poi l’università  è stata chiusa a tempo indeterminato. «Tu sei il nostro martire Mohamed Abdelrahman», hanno scritto su Facebook i suoi compagni. I «Giovani per il cambiamento», che contano 16.000 iscritti, chiedono la fine del regime di Omar Hassan al Bashir.
MAROCCO. Sarà  l’eccezione tra i paesi del Nordafrica? Sebbene il paese non sia ancora investito dalla rivolta «quasi tutti i sistemi autoritari saranno colpiti dall’ondata di proteste. Il Marocco probabilmente non farà  eccezione», sostiene il principe Moulay Hicham, cugino del re Moahmmed VI, chiamato «il principe rosso». In una intervista al quotidiano spagnolo El Pais il principe aggiunge: «resta da vedere se la contestazione sarà  sociale o anche politica e se le formazioni politiche influenzate dai recenti avvenimenti si muoveranno». Secondo Moulay: «in Marocco la dinamica di liberalizzazione politica avviata alla fine degli anni Novanta è praticamente finita. Ridinamizzare la vita politica marocchina nel contesto regionale, evitando le radicalizzazioni, sarà  la grande sfida». Per Moulay «l’Europa deve smetterla di appoggiare i dittatori e sostenere i movimenti che vogliono cambiamenti duraturi».


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