«ElBaradei premier. E niente stato islamico»

CAIRO. Sono rimasti dietro le quinte per quattro giorni. Poi dopo le manifestazioni anti-Mubarak del 28 gennaio, con centinaia di migliaia di egiziani in piazza, i Fratelli Musulmani (Fm) non hanno potuto più nascondersi e si sono schierati con le forze laiche e socialiste nel Consiglio nazionale dell’opposizione, del quale l’ex direttore dell’Agenzia atomica internazionale Mohammed ElBaradei è portavoce e principale esponente. Un basso profilo quasi obbligato per i Fm. Sono illegali per la legge egiziana che regola le organizzazioni e i partiti politici. Ma i giovani che non hanno esitato ad affrontare la polizia, hanno dimostrato, anche agli islamisti, che la paura dei servizi sicurezza e del regime di Mubarak, si può vincere. L’ultima volta che i Fm egiziani avevano agito così apertamente, risale agli anni 70, quando era al potere Anwar Sadat, noto per le aperture agli islamisti in netto contrasto con il pugno di ferro del predecessore (ed eroe egiziano) Gamal Abdel Nasser. Non sorprende perciò il sorriso stampato sulla bocca di Rashad al Bayoumi, vice presidente dei Fratelli Musulmani, quando entra nella sala dove l’attendiamo. Docente universitario, Bayoumi è il braccio destro del leader Mohammed Badie.
Perché siete rimasti nell’ombra per quattro giorni?
I motivi sono diversi. Sappiamo di essere le prime vittime della brutalità  della polizia e dei servizi segreti e non abbiamo voluto offrirci su di un piatto d’argento a Mubarak. Conosciamo inoltre gli slogan del regime che ci dipingono come una forza islamica estremista che intenderebbe imporre una teocrazia in Egitto. Così abbiamo scelto di rimanere in disparte ed evitare che il regime potesse affermare che la rivolta del popolo egiziano è guidata dai Fratelli Musulmani. Ma quando il mondo intero ha capito che erano gli egiziani a ribellarsi e non solo i Fm, allora siamo venuti allo scoperto. In ogni caso avevamo lasciato ai nostri attivisti e simpatizzati la libertà  di partecipare alle manifestazioni.
Ora siete parte attiva della rivolta contro Mubarak, avete partecipato alla preparazione della «marcia del 1 febbraio» che dovrebbe vedere in strada un milione di egiziani. Che accadrà  nelle prossime ore e nei prossimi giorni?
È un momento molto difficile, siamo in una fase di passaggio dalla dittatura alla ricostruzione e alle riforme. Il movimento popolare contro il regime rimarrà  ampio e solido e gli egiziani riusciranno a superare la fase complessa della transizione verso la democrazia. Non ci saranno cedimenti da parte nostra. Ne siamo certi.
Siete ottimisti, parlate di nuova era dell’Egitto ma il regime non pare sul punto di crollare e non ha ancora fatto concessioni vere. Allora è più giusto parlare di fine dell’era di Mubarak.
Il regime farà  quelle scelte che esita ancora a compiere. In ogni caso, assieme alle altre forze d’opposizione abbiamo fissato i punti irrinunciabili che l’Egitto post-Mubarak dovrà  accettare. Primo: scioglimento delle due Camere del Parlamento e nuove libere elezioni. Secondo: rilascio immediato dei detenuti politici. Terzo: governo di unità  nazionale, guidato da Mohammed ElBaradei, affiancato da due giudici, con tutte le forze politiche egiziane di ogni orientamento. Portare in giudizio i responsabili di crimini politici e di violazioni dei diritti umani. Questi punti non sono negoziabili ed è ovvio che al popolo egiziano non basta che Mubarak abbia nominato per la prima volta un vice presidente (Omar Suleiman) e scelto un nuovo primo ministro (Ahmed Shafik) e un altro ministro degli interni (Mahmud Wagdi). Lo stesso presidente si deve fare subito da parte, senza aspettare oltre.
Parliamo proprio della presidenza. E’ un obiettivo politico che inseguite?
Non ci interessa in alcun modo la carica più alta dello Stato. Lo abbiamo detto e lo ribadiamo: i Fratelli Musulmani non puntano alla presidenza dell’Egitto. Non solo, ma non ci interessa guidare e neppure partecipare direttamente al governo pur avendo parecchio sostegno dagli egiziani (i Fm sarebbero, secondo gli analisti locali, la principale forza d’opposizione, ndr), per questo abbiamo già  indicato in Mohammed ElBaradei il nostro premier.
Il regime di Mubarak ma anche gli Usa, Israele e un po’ tutti i governi occidentali avvertono che un vostro accesso ufficiale alla vita politica del paese vedrà  l’Egitto seguire la strada iraniana, ovvero l’instaurazione di una Repubblica islamica.
È solo propaganda mirata a creare incertezza. I Fratelli Musulmani esistono in diversi paesi della regione, sono una forza politica che ricerca rapporti pacifici con tutti e che crede nella democrazia parlamentare, come ha dimostrato la nostra partecipazione alle elezioni egiziane del 2005 e del 2006. Il resto sono soltanto rozzi tentativi di tenerci in un modo o in un altro fuori dal processo democratico egiziano.

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PETROLIO, L’OPEC IN SOCCORSO
«Aumenteremo la produzione»
L’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, è pronta ad aumentare la produzione di «oro nero» nel caso in cui l’attuale crisi in Egitto dovesse causare l’interruzione delle forniture di greggio dal Medio Oriente verso i mercati internazionali, in particolare verso quelli occidentali, vale a dire verso l’Europa e gli Stati uniti. Insomma, pronti a coprire la mancanza con un esplicito sostegno agli interessi occidentali e, alla fine, anche alla leadership egiziana. La dichiarazione di ieri è del segretario generale dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, Abdalla el-Badri, secondo quanto riferisce l’agenzia Bloomberg. «Se assistiamo ad una reale carenza dovremo aggiungere», ha detto el-Badri parlando a Londra. «Non penso che la situazione sia fuori controllo», ha aggiunto. Secondo el-Badri, una chiusura dell’oleodotto Sumed potrebbe causare un’insufficienza di greggio, ma il mercato è ben fornito e le scorte sono di alto livello. Circa il 2,5% della produzione globale di greggio è trasportata passando per l’Egitto, attraverso il Canale di Suez e l’oleodotto Sumed, secondo un rapporto di Goldman Sachs diffuso ieri. L’Opec ha modificato le proprie quote alla fine del 2008 in risposta al crollo dei prezzi del greggio del 54%.


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