Liberismo di regime, la ricetta senegalese

In vista delle presidenziali fissate per il 26 febbraio 2012 Wade vorrebbe cedere l’incarico al figlio Karim, già  nominato ministro con delega alla cooperazione internazionale, alla tutela del territorio, trasporti aerei e infrastrutture. «In pratica il figlio è un primo ministro ombra – spiega una fonte – Grazie alla delega alle infrastrutture tratta con tutte le multinazionali e le aziende, con la cooperazione internazionale pesa sulla politica estera e fa gli affari più lucrosi con energia e trasporti aerei». Se parli in giro con la gente, sia a Dakar che in altre cittadine, sembra che Wade non l’abbia mai votato nessuno. Né nel 2000 né nel 2006. Tantomeno sono disposti a votare lui o il suo partito, il Pds (Partito democratico senegalese), nel 2012. A Wade molti rimproverano di aver creato un sistema clientelare e corrotto, di essere un accentratore e di non rispettare la libertà  di stampa. Per esempio, avrebbe comprato due frequenze radio per disturbare le comunicazioni dell’emittente indipendente Radio Cote Sud che trasmette sui 98,5. Il proprietario del giornale indipendente Le Quotidien, Madiambal Diagne, si è fatto sei mesi di prigione nel 2004 e così è stata sospesa per tre mesi la pubblicazione di un altro quotidiano, 24 Chrono, che nel 2008 aveva scoperto un’operazione di riciclaggio di denaro orchestrata dal Karim. Il governo per metterci una pezza ora sbandiera una legge che depenalizzerà  i reati a mezzo stampa, ma al momento non è ancora passata alla camera. Il regime intanto impedisce manifestazioni non autorizzate o meglio autorizza solo quelle che gli sembrano innocue. Così proteste spontanee contro il carovita vengono regolarmente bloccate dal lancio di lacrimogeni. Per allontanare il pericolo di moti stile Tunisia o Egitto, il governo ha appena deciso di ribassare del 20% i prezzi del riso, dell’olio di semi e di beni di uso quotidiano come le bombole del gas. Ma dei rincari si lamentano tutti lo stesso: al mercato del Karmel, nella parte più antica di Dakar, c’è uno striscione che invita alla mobilitazione permanente contro l’aumento dei prezzi, argomento di conversazione in famiglia e per strada. «L’elettricità  è aumentata del 17% in due anni – spiega un pescatore di Yoff, un quartiere periferico nel nord di Dakar – in altri stati africani si paga solo l’installazione e il consumo è gratuito». Una donna della Medina, quartiere del centro che ha dato i natali anche al cantante Youssou N’Dour, spiega che un chilo di riso nel 2000 costava 150 franchi senegalesi (23 centesimi circa) e poche settimane fa, prima che il governo facesse il ribasso, è arrivato a 450. Una bombola di gas da 16 chili che permette alle famiglie di cucinare per una ventina di giorni, nel 2000 valeva 900 franchi, oggi ne servono 3500. La storia dell’autosufficienza alimentare che il governo sventola come biglietto da visita, poi è una chimera. Basta andare in periferia per trovare nelle drogherie quintali di riso thailandese e grano americano. «L’autonomia alimentare c’è solo nei piccoli paesi dove ognuno coltiva miglio e riso per la sua famiglia – dice un contadino di Casamance, nel sud del paese – È un’agricoltura di sussistenza basata su piccoli appezzamenti». A Wade i senegalesi poi non perdonano i tagli all’istruzione e alla sanità . «Dicono di aver investito il 40% del Pil nell’educazione ma nessuno può controllarlo – dice il responsabile per i giovani della coalizione Bennoo Siggil Senagaal per la Medina, Aloune Cissè – In campagna viene mandata gente del partito che non ha fatto nessuno studio specifico e intanto gli insegnanti veri sono in sciopero perché non vengono pagati da tre mesi. Quanto alla sanità  stanno chiudendo molti ambulatori nelle campagne, specie ai confini con Mali e Mauritania». Sulla pesca il governo ha investito con un progetto specifico lanciato diversi anni fa, ma questo non è servito a sviluppare un’industria locale di lavorati e semilavorati, il mare è sempre più povero e la pesca si fa sempre con le piroghe. Per di più gira la voce che il governo abbia intascato un bel po’ di soldi per dare le licenze a navi industriali cinesi che depredano le coste senegalesi senza neppure toccare terra. Così in campagna, i contadini (77,5% della manodopera) denunciano le confische di terreni per promuovere un’agricoltura estensiva in mano a grandi aziende o multinazionali e di sovvenzioni non si parla più dai tempi dei socialisti al governo prima di Wade. «L’unico sogno del presidente è costruire monumenti come quello su una delle colline di Dakar, costato 17 miliardi di Sefa (26 milioni di euro circa) – continua Cissè – e vendere tutto: privatizza le spiagge della costa cedendole agli alberghi. Ha venduto ai cinesi persino lo stadio di Hassan Djouf, dove si allenavano le squadre di serie A, dalla Grande Equipe alla Giraffe, e si giocava il campionato dei quartieri di Dakar. Politica zero, pensano solo a costruire e incassare». In effetti persino la riserva di Dakar, un’area nel quartiere di Yoff che veniva tenuta libera in caso fosse necessario sfollare gli abitanti di aree cittadine a rischio inondazione, è stata cementificata senza alcun piano regolatore, e aumentano gli appetiti sull’attuale aeroporto internazionale Leopold Sedar Senghor che verrà  in parte dismesso quando sarà  aperto il nuovo aeroporto Blaise Diagne, a 40 km dalla capitale. Fa gola anche la storica base militare francese, accanto alla Corniche, zona residenziale di Dakar, dove i soldati francesi saranno dimezzati grazie a un accordo firmato con Sarkozy. Le elezioni rimangono un’incognita. In Senegal si contano 165 formazioni tra movimenti e partiti, però la partita si gioca fra una dozzina. Ma tutti hanno paura che Wade cambi le regole del gioco. Dopo la sconfitta subita alle amministrative del 2008 con la perdita di Dakar, potrebbe fare un colpo di mano e indire un turno unico: mentre i partiti dell’opposizione si scannano, il figlio potrebbe vincere.


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