«La Fiat di 30 anni fa e quel ragazzo del Pci Se ce la fa, sia conservatore: la città  funziona»

Una vittoria che non era del tutto scontata, dopo le «sorprese» uscite dalle urne di altre primarie lungo la Penisola, ma che nemmeno stupisce perché Piero Fassino, a differenza del più giovane Davide Gariglio, si giocava anche la carta del politico di livello nazionale, di padre fondatore del Pd oltre che «l’esperienza di governo come ministro» . E comunque entrambi i candidati «avevano caratteristiche positive e sarebbero stati una scelta buona per la città » . Fassino certo ha una storia che lo lega anche a quella della Fiat di trent’anni fa. Nel 1980 era responsabile della Commissione fabbriche del Pci di Torino e le cronache di allora lo descrivono come un giovane stimato e rispettato dall’avvocato Agnelli benché stesse dall’altra parte. Ora la palla passa agli avversari, «il centrodestra dovrà  mettere in campo un candidato di spessore» . E il vincitore di maggio si troverà  a gestire un’eredità  impegnativa, quella dell’uscente Sergio Chiamparino, che con i suoi due mandati ha accompagnato e guidato le trasformazioni importanti della città : «C’è una situazione di buona partenza per la nuova amministrazione, che dovrà  essere all’altezza, però le cose che incombono sono tappe obbligate. La città  è grata a Chiamparino, ma il rimpianto durerà  poco se il suo successore avrà  un approccio positivo» . Callieri indica come priorità  «un obiettivo iniziale modesto, di manutenzione della città , che si traduce nella cura dei luoghi pubblici, nella conservazione dell’ordine e nella pulizia, perché Torino ha riguadagnato bellezza in questi ultimi anni e va conservata» . Insomma, un viatico che nasce dalla constatazione che «le grandi opere sono già  state fatte, ora bisogna curare l’esistente con impegno» . Gli ultimi quindici anni sono stati una fase di grandi mutamenti per Torino: «È cambiata la struttura della città â€” ricostruisce Callieri — che da industriale è passata a un industriale avanzato, fatta di servizi ad alto valore aggiunto. E il cambiamento è stato coronato in modo simbolico dalle Olimpiadi invernali del 2006. Ora la trasformazione in atto è più lenta» . Gli anni passati hanno significato per Torino anche grandi investimenti, adesso «non ce n’è più bisogno, restano alcune cose da completare a livello di infrastrutture, alcuni collegamenti, ma il più è stato fatto» . Il futuro della città  si gioca su un altro fronte, che non può prescindere dalla Fiat (come la vicenda del referendum di Mirafiori e le voci di un possibile trasferimento a Detroit hanno dimostrato), ma che non si esaurisce nel Lingotto: «Il futuro di Torino — ragiona Callieri — è legato alla conferma di sede di attività  manifatturiera ad alto livello ma è fondamentale che si continui sul fronte della progettazione, della ricerca e dello sviluppo sia in campo automobilistico sia in quello aeronautico e spaziale, con investimenti ad esempio nel Politecnico» . Torino non si ferma, cambia magari la velocità  del passo ma continua la sua marcia. «La città  è abbastanza vivace e si riscontrano fermenti positivi» . Per Callieri sono evidenti anche nell’attenzione che comincia a diffondersi per i 150 anni dell’Unità  d’Italia: «Si iniziano a vedere palazzi con esposto il Tricolore, è un evidente segno di identità  che i nuovi amministratori non dovranno trascurare. Anzi. Dovranno favorire l’orgoglio cittadino» .


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