Ma il processo all’Aja a Gheddafi può trasformarlo in un nuovo martire

Tra le ipotesi che stanno prendendo piede nelle Nazioni Unite c’è infatti anche quella di un rinvio di Gheddafi, all’indomani della sua auspicata e prevedibile caduta, alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Il mito della nuova Norimberga è potente e suggestivo. Una Corte che parli e deliberi a nome dell’umanità  e non dei singoli Stato sovrani appare inoltre come una prospettiva ecumenica e seducente che dovrebbe sgomberare il terreno che porta alla vera e autentica Giustizia dai particolarismi delle spezzettate sovranità  nazionali. Ma questa rosea e visionaria prospettiva non riesce a liberare l’immagine della Corte Internazionale da un sospetto di parzialità , se non di iniquità . Perché colpire i tiranni nella polvere se poi quelli che quotidianamente violano i diritti umani e si rendono responsabili di crimini contro l’umanità  siedono imperturbabilmente ai loro posti di comando? Perché Milosevic deve essere consegnato all’Aia quando ha già  perduto, mentre i despoti che sono in piena attività  con la loro politica costellata di crimini contro l’umanità  godono di una speciale immunità  o addirittura riescono a contare nella composizione dei tribunali che, nel nome di un’umanità  astratta, devono giudicare concretissimi dittatori, purché sconfitti dalla storia? C’è stato finora un solo caso di tiranno raggiunto da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale. Quello del presidente Omar al-Bashir. Ma il dittatore si fa beffe di quella decisione, rivendica pubblicamente la sua politica bollata dalla Corte come un concentrato di «crimini di guerra» , riceve a Khartoum delegazioni da tutto il mondo. Al-Bashir getta nel ridicolo una decisione sofferta e che avrebbe dovuto conferire al caso sudanese la dimensione di una terribile tragedia. Non c’è niente di peggio di una Corte internazionale che dimostra così platealmente la sua impotenza. Niente di più sconfortante nella battaglia per i diritti umani che una decisione ridotta a carta straccia: dove non si comprende nemmeno chi dovrebbe procedere all’arresto del dittatore ancora al potere, con quali mezzi, nel nome di quale autorità . Tutti sanno che Omar al-Bashir resterà  impunito. Con grave danno per l’idea stessa di «giustizia internazionale» . Resta il problema di cosa fare dei dittatori deposti, una volta sottratti all’eventuale furia vendicativa di chi ne è stato vittima. L’idea di un tribunale internazionale avrebbe dovuto essere anche una valida alternativa al modello di «macelleria messicana» già  sperimentato nella scena tragica di Piazzale Loreto. Ma il modo altalenante con cui sono state rivendicate le sue prerogative dimostra ancora una volta la problematicità  della sua istituzione. Saddam Hussein è stato mandato al patibolo dopo un processo a Bagdad in cui la tutela dei diritti della difesa è stato pressoché inesistente. Il serbo Milosevic, deceduto prima che venisse emanato un verdetto, ha accumulato capitali di simpatia nelle frange più estreme dell’ideologia anti-occidentale come esempio di dignità  calpestata dalla giustizia dei «vincitori» . E oggi chi materialmente dovrebbe catturare Gheddafi, trascinarlo nel carcere olandese, giudicarlo secondo leggi che non tutto il mondo riconosce, anche se sono state scritte nel nome dell’Umanità ? E i governi che hanno trattato con lui, che sono stati complici silenziosi e accomodanti quando il tiranno sembrava onnipotente dovranno comparire come testimoni in un processo internazionale che metta alla sbarra il dittatore libico spodestato da una grande rivoluzione? La decapitazione del Re, da Carlo I in Inghilterra a Luigi XVI in Francia, non appare più, fortunatamente, come una tappa necessaria dell’epopea rivoluzionaria. Molti dittatori moderni sono morti nel loro letti, da Stalin e Francisco Franco. Il processo contro il leader tedesco-orientale Honecker è stato seguito con indifferenza dalla stessa Germania libera dall’ingiustizia del muro di Berlino. Sapere cosa fare del dittatore Gheddafi all’indomani della sua rovinosa caduta è un compito che la comunità  internazionale, insieme agli stessi responsabili della nuova Libia liberata, dovrà  porsi. La scorciatoia per l’Aia, però, forse non la più agevole. E nemmeno la più giusta.


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