Pd, la tentazione del ritorno dell’immunità 

ROMA— È accaduto giovedì scorso, nella sede nazionale del Partito democratico, a Largo del Nazareno. Franco Marini, ex presidente del Senato, si è appartato per qualche minuto con Maurizio Migliavacca, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani. Marini è un tipo che va subito al sodo e se ha un dubbio o una proposta non esita a parlare: «La maggioranza sta pensando di reintrodurre l’immunità . Perché chiudersi e dire solo dei no? In fondo, se i padri costituenti l’avevano introdotta nella nostra Carta un motivo c’era…» . In Marini batte un cuore da ex ppi, e di ex ppi ve ne sono ancora nel Pd, nonostante le continue fuoriuscite. I parlamentari che sono stati nel partito popolare fanno fatica a seguire in tutto e per tutto la linea giustizialista e non hanno nessuna voglia di andare appresso ad Antonio Di Pietro. Gli interrogativi dell’ex presidente del Senato, dunque, non sono solo suoi. Ma qual è stata la risposta di Migliavacca? Non è stato un no netto: «Franco, tu capisci che finché c’è Berlusconi al governo del Paese per noi è difficile affrontare certi temi, se non ci fosse più lui…» . Già , se non ci fosse più lui: per alcuni, nel Pd, in un altro clima il tema della reintroduzione dell’immunità  parlamentare, seppure in versione riveduta e corretta rispetto all’originale, andrebbe affrontato. Del resto, tra i democratici non è la prima volta che questa ipotesi affiora. La senatrice Franca Chiaromonte nella scorsa legislatura aveva presentato, con un collega del Pdl, una proposta di legge in materia. E nell’arco di tempo che va dal 2009 al 2010 questo argomento era stato sollevato in più di un dibattito interno al partito. Personaggi come Violante, Latorre, Sircana e Ceccanti, sebbene con tutti i paletti del caso, avevano aperto uno spiraglio. Che poi si è richiuso in maniera brusca. Ma, forse, non definitiva. La posizione ufficiale resta comunque quella di Bersani: «L’immunità  sarebbe una legge ad personam per Berlusconi» . E a questa linea tracciata dal segretario si attengono tutti, per ora. In un momento di scontro come questo non potrebbe essere altrimenti. Però il fatto che Pier Ferdinando Casini, l’alleato vagheggiato e inseguito dalla dirigenza del Pd, abbia fatto delle aperture alla maggioranza su questo tema (benché parzialmente corrette ieri, dopo le esternazioni del premier) ha lasciato un po’ tutti interdetti. E ha rinfocolato i dubbi che Marini già  aveva. È una partita lunga, i cui sviluppi si vedranno in futuro, perché, come spiega un ex ppi, autorevole esponente della minoranza del partito: «Se Berlusconi facesse un passo indietro, o se anche solo l’atmosfera si svelenisse, si potrebbe pensare a riprendere la questione» . Gli ex popolari, quindi, per ora tengono la pratica sospesa, ma non vogliono archiviarla. La linea barricadiera di Bersani non è esattamente la loro. Ma l’immunità  parlamentare non è l’unico punto che evidenzia le differenze tra gli ex ds e gli ex ppi, che si sentono sempre più a disagio nel Partito democratico. Un sintomo di questo malessere dell’area moderata è emerso con forza proprio negli ultimissimi giorni. Le donne del Pd hanno organizzato una conferenza a Roma, che è stata disertata dalle ex popolari. La motivazione? Dopo la manifestazione del 13 febbraio non si possono confinare certe tematiche negli angusti recinti di partito, secondo una vecchia liturgia che ricorda il Pci. Per questa ragione, il 3 marzo le donne cattoliche organizzeranno una sorta di contro-conferenza aperta a tutte le associazioni e non solo a quelle vicine al Pd, con un occhio di riguardo alla comunità  di Sant’Egidio. Insomma, la situazione nell’area moderata del Partito democratico è in ebollizione. E non da ora: basti pensare che dall’inizio della legislatura sono stati più di venti i parlamentari che hanno abbandonato il Pd per andare nell’Udc e nell’Api, e quasi tutti provenivano dalla Margherita. Adesso che Casini a «Otto e mezzo» ha lanciato un appello esplicito a Beppe Fioroni, Bersani e i suoi hanno drizzato le antenne. Temono nuovi movimenti nel partito. Nei corridoi di Palazzo Madama si vocifera che vi siano altri due senatori in partenza verso i lidi centristi. Fioroni continua a dire: «Noi non ce ne andiamo, ci devono cacciare» . Ma l’altro giorno in Transatlantico spiegava ad alcuni compagni di partito: «Se non si va subito alle elezioni, ognuno si sentirà  più svincolato…» .


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