Polizia italiana sulle coste tunisine, il Viminale rispolvera il piano Albania

 «Rischiamo un esodo biblico». Nelle comunicazioni riservate tra Palazzo Chigi e il Viminale corre l’allarme per gli sbarchi a Lampedusa. Si lavora a una reazione immediata per fronteggiare la situazione con quella che i tecnici chiamano «struttura tampone». Per bloccare le partenze ci si prepara anche a mandare poliziotti italiani sulle coste tunisine e nostre navi nelle acque territoriali di Tunisi. Ma si studiano anche gli scenari futuri, guardando agli altri paesi nordafricani che, dopo la Tunisia, potrebbero iniziare a riversare immigrati sulle nostre coste. Se con i 4000 arrivati dalla Tunisia Lampedusa è in ginocchio, figurarsi se dovessero aprirsi le rotte con Egitto e Algeria. E ci si prepara, contemplando anche le ipotesi più catastrofiche. Il primo passo del governo è stato quello di dichiarare lo stato d’emergenza. Raccontano a Palazzo Chigi: «La situazione da fronteggiare è simile a quella dell’Abruzzo, dobbiamo usare gli stessi criteri perché è come se la Tunisia fosse stata colpita da un terremoto». Primo, allestire una tendopoli a Lampedusa. Secondo, riaprire il centro di accoglienza dell’isola. Terzo, organizzare un ponte aereo tra Lampedusa e la Sicilia. Quarto, aprire altre tendopoli in Sicilia dove smistare gli immigrati, identificarli, verificare se abbiano diritto all’asilo (e sistemarli nei Cara, i Centri d’accoglienza richiedenti asilo) o rimpatriarli in Tunisia. Con un’indicazione arrivata direttamente dal Viminale: prima dell’identificazione i migranti devono essere mantenuti in Sicilia evitando di spargerli per il territorio italiano così da limitare i pericoli di fuga. Oltre a questa prima fase di reazione il governo studia altre misure di medio termine. Ma per questo il muro contro il quale si rischia di sbattere è la totale assenza di autorità  in Tunisia, Paese nel caos dopo la fuga del presidente Ben Ali. Senza un interlocutore governativo o a livello di forze dell’ordine agire sarà  difficile. Dai provvedimenti più ordinari, come i rimpatri, a quelli straordinari che Palazzo Chigi sta preparando e che vorrebbe mettere in campo subito. Come quello di mandare poliziotti italiani in Tunisia per rimettere ordine sulle coste e cercare di bloccare le partenze di nuovi immigrati (quelli locali non si fanno vedere in giro per paura). O di spedire le nostre navi a pattugliare le acque tunisine (le 3 motovedette di Tunisi, anche se intercettano qualche barcone, non riescono a trattenerlo). Due misure già  sperimentate con successo negli anni Novanta in Albania e che Palazzo Chigi vorrebbe attivare già  la prossima settimana. Ma senza un’autorità  a Tunisi in grado di dare l’ok tutto è destinato a rimanere fermo. Ci si muove sul fronte internazionale, anche se il governo è deluso dall’atteggiamento del ministro degli Esteri europeo, Lady Ashton, che sull’emergenza nordafricana non ha fatto sentire la propria voce. Il ministro degli Interni Maroni ha parlato con la commissaria europea Cecilia Malmstrom e con la presidenza dell’Ue per fissare una discussione al vertice dei ministri europei del 23 febbraio. Spera di riuscire ad attivare in tempi accettabili i pattugliamenti Ue. E se oltre alla Tunisia si dovesse aprire un flusso migratorio dall’Egitto o dall’Algeria, la situazione non sarebbe più gestibile. Ecco perché il governo chiederà  all’Ue e all’Onu di attivare quello che Maroni chiama «un piano Marshall» per il Magreb. Un modo per prevenire nuovi esodi verso l’Italia.


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