“Al Qaeda prepara una bomba sporca”

NEW YORK – Al Qaeda sta cercando di costruire una bomba sporca capace di provocare «un 11 settembre nucleare». Le bombe sporche sono le armi utilizzate dai guerriglieri e dai terroristi di mezzo mondo: quegli improvised explosive device (Ied) costruiti con parti di ordigni ottenuti di contrabbando. Adesso i terroristi vogliono trasformare gli Ied in bombe radioattive. Da usare, per prima cosa, in Afghanistan: perché la liberazione del sacro suolo dell’Islam passa anche attraverso la contaminazione nucleare.
L’allarme è datato gennaio 2009 e arriva da un meeting della Nato. Ma in altre carte si racconta che la rete di Osama Bin Laden ha già  fatto «grandi passi avanti» nella raccolta di materiale nucleare: intercettando un treno sospetto in Kazakhstan ed entrando in contatto con un trafficante di Lisbona che smerciava materiale proveniente da Chernobyl.
La prospettiva nucleare è l’ultima rivelazione di WikiLeaks che ha fatto trapelare l’ennesimo cable sull’inglese Telegraph. Ma nell’attesa di provocare l’olocausto atomico la banda Osama continua ad attrezzarsi anche per gli attentati più tradizionali. In un altro summit, gennaio 2010, con il ministro americano Janet Napolitano, la Germania avrebbe sollevato l’allarme-giocattoli. L’ultimo trucco sarebbe quello di «utilizzare articoli per bambini per introdurre esplosivi sugli aerei»: con un occhio particolare ai Teddy Bear, gli orsacchiotti di peluche. Gli aerei, dice il rapporto, restano l’obiettivo principale di Al Qaeda, che sta cercando di realizzare anche ordigni con la nitrocellulosa, un composto che non può essere intercettato dai raggi X e su cui i manuali di Al Qaeda si dilungano.
La paura degli attentati ritorna mentre sempre i cable di WikiLeaks rivelano un retroscena inedito sull’orrore di Ground Zero. Dopo dieci anni l’Fbi sarebbe ancora alla ricerca di tre terroristi del Qatar arrivati negli States il 15 agosto 2001, alla vigilia dell’attacco alle Torri, e di un cittadino degli Emirati Arabi che li avrebbe aiutati a Los Angeles. Il quartetto – seguito tra New York e Washington, dove operò una serie di perlustrazioni «tra la Statua della Libertà , il World Trade Center e la Casa Bianca» – sarebbe stato legato a una «seconda ondata» di attentati: fortunatamente mai attuata. Dopo aver insospettito il personale dell’albergo in cui svernavano, che li aveva sorpresi ad armeggiare tra computer e divise da pilota d’aereo, i tre erano prenotati il 10 settembre 2001 sullo stesso volo che il giorno dopo si sarebbe abbattuto sul Pentagono. Invece, si involarono per Londra, dove due giorni dopo si misero in salvo per Doha: fino a scomparire. Ma un funzionario americano smentisce al Washington Post: i tre erano già  stati individuati allora e lasciati andare perché «non potevano essere incriminati». Possibile?
Vista dall’archivio senza fine di WikiLeaks, la storia e la cronaca di questi ultimi anni appaiono sempre più sconvolgenti. Proprio mentre Amnesty International rivela che il soldato Bradley Manning è un cittadino inglese, perché nato negli Usa da madre del Galles, e quindi il governo di Londra dovrebbe chiedere a Washington ragione del suo imprigionamento da ormai otto mesi, sempre il Washington Post rivela via WikiLeaks che il militare, secondo la commissione che lo aveva esaminato, era psicologicamente instabile: e quindi non sarebbe dovuto partire per l’Iraq. Da dove, come si sa, il giovane costretto a nascondere di essere gay e desideroso di vendicarsi del suo esercito, aveva infilato una pennetta in un computer: rubando per Julian Assange i segreti che avrebbero fatto tremare il mondo.


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