“Errori sull’Egitto come con l’Iran” su Obama lo spettro di Carter

C’è uno spettro che si aggira nella Casa Bianca: il suo nome è Jimmy Carter.
È il volto dell’uomo che incarnò dolorosamente i limiti delle buone intenzioni. A ogni ora che sgocciola via senza uno happy ending in Egitto, Obama deve camminare al buio, grazie a servizi di intelligence ancora una volta addormentati e colti di sorpresa, come nella Russia del dopo Breznev, come nell’Iran dello Scià , come nell’Egitto di Mubarak, sul filo esilissimo teso fra le pressioni per cambiare l’amico di ieri e la sensazione che l’America voglia cucirsi un dopo-regime su misura, sapendo che non esistono opzioni militari da sganciare sul Cairo per cambiare regime a forza.
Il ricordo del disastro del 1979, che come oggi ha visto la Cia e i servizi di spionaggio clamorosamente colti alla sprovvista da un evento epocale, torna come brividi di una febbre che puntualmente riaffiora quando Washington misura la distanza che corre fra predicare la democrazia in casa altrui e ottenerla. Sono giorni che qui ricordano troppo da vicino il trono dello Scià  spazzato via dalle piazze in rivolta a Teheran, e l’Iran trasformato dal più solido alleato americano nella regione al mortale nemico dell’Occidente satanico, mentre Carter esitava e si torceva impotente le mani, fino alla cattura degli ostaggi e alla disastrosa spedizione per liberarli. Gli eventi che diedero il colpo di grazia alla vacillante presidenza di Carter.
Comincia, sulle pagine dei giornali, nelle chat e nei blog della Rete, nelle domande dei giornalisti che ieri sera hanno confrontato il Presidente in diretta teletrasmessa, a riaffiorare la maledizione di una domanda che ricorre a ogni crisi internazionale, dagli anni della vittoria dei comunisti di Mao Zedong sui nazionalisti di Chang Kaishek in Cina (altra “sorpresa”): chi ha perso l’Egitto? Per ora, sulle pubblicazioni come il National Journal o nei blog degli esperti di cose mediorientali come il professor Juan Cole, la risposta è ancora negativa, o cauta. Barack Obama non è Jimmy Carter, l’Egitto non è l’Iran, la piazza del Cairo non è pilotata dai chierici sciiti fondamentalisti e, soprattutto, l’Egitto non è ancora stato perso da nessuno.
Anzi, la sterzata che Obama e Hillary Clinton hanno impresso alla posizione americana passando dall’attendismo pilatesco e chiaramente spiazzato delle prime ore alla richiesta pubblica di andarsene subito, ripetuta anche ieri sera a Mubarak, fanno credere che questa volta, a differenza di trentadue anni or sono, l’America abbia virato per non trovarsi a veleggiare controvento.
Ma il confine fra invocare l’intervento politico degli Usa e maledirne l’ingerenza nel resto del mondo, è sempre labilissimo, perché i precedenti contano. Nell’identificazione fra il detestato regime del “Pavone”, il trono dei Pahlavi, e quell’America che aveva organizzato il rovesciamento del presidente eletto, Mossadeq, per controllare il petrolio iraniano, immediatamente collocò Washington fra i demoni da esorcizzare. Anche nell’Egitto del 2011 i trent’anni di sostegno a Hosni Mubarak appannano la credibilità  della Casa Bianca, come quella degli europei.
«Sentiamo la vostra voce», ha ripetuto ieri Obama. Per ora, anche l’opposizione repubblicana a Obama si affida alle scelte del Presidente senza contestarle, come ha fatto uno dei massimi leader repubblicani, il senatore Mitch O’Connell. Emergono, ma senza acuti isterici o scatti di islamofobia, le paure per il movimento dei Fratelli Mussulmani, la sola grande forza organizzata nell’opposizione a Mubarak. Si sa, e rassicura, che l’Egitto, con modeste riserve di greggio, per sopravvivere deve necessariamente affidarsi al resto del mondo e ai suoi buoni rapporti internazionali, così come il suo esercito si regge sui due milioni di dollari americani annui per esistere.
Eppure, un elemento in comune fra il 2011 e il 1979 che spalancò la porta a Reagan dopo l’umiliazione di Carter esiste e inquieta i giorni della Casa Bianca. Come Carter, uomo di impeccabile reputazione e di immensa buona volontà  tradotte nella pace di Camp David fra Begin e Sadat, anche Obama appare come un uomo mosso dalle migliori intenzioni, ma incapace di tradurle in azione. Israele, con Netanyahu troppo debole in casa propria, gli ha sbattuto la porta in faccia alla richiesta di congelare la propria espansione nelle terre che dovrebbero formare il futuro stato palestinese. L’Iran ha continuato a muoversi sulla strada dell’energia nucleare. La Cina non dà  alcun segno di allentare la morsa sul dissenso né di permettere alla propria moneta di flottare sui mercati e quindi di ridurre la competitività  delle sue esportazioni drogata dal basso valore del renminbi.
Obama predica bene, come bene predicava il devotissimo insegnante di dottrina georgiano, Jimmy Carter, ma il mondo non ascolta. Resta la sincera, solenne invocazione alla «democrazia» ripetuta anche ieri sera, senza sapere che cosa la democrazia possa produrre. Negli anni del dopoguerra, quando in Grecia si tennero libere elezioni che i comunisti sembravano certi di vincere, fu chiesto al presidente Eisenhower se si rendesse conto del rischio. «È il rischio della democrazia – rispose imperturbabile il vecchio generale – quando la si invoca, poi di deve essere pronti a vivere con i suoi risultati».


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