“Morte al re” e la polizia spara sulla folla

MANAMA – Doveva essere una giornata di dolore, dedicata alla sepoltura, nel venerdì della preghiera islamica, delle vittime del sanguinoso attacco notturno contro i dimostranti accampati a piazza della Perla. Invece, altro sangue è stato sparso per le strade di Manama, quando centinaia di persone, reduci dai funerali trasformati in manifestazioni di protesta, hanno cercato di forzare il blocco che isola la piazza simbolo della rivolta e sono stati accolti a raffiche di mitra. Almeno 23 sono i feriti, alcuni dei quali, secondo i medici dell’Ospedale Suleymania, in stato di morte cerebrale. E al termine di un’altra giornata di violenze, il presidente americano Barack Obama si è detto «profondamente preoccupato dalle notizie di violenze in Bahrein, Libia e Yemen. «Gli Stati Uniti – ha affermato, parlando a bordo dell’Air Force One – condannano l’uso della violenza ad opera dei governi nei confronti di pacifici dimostranti in quei paesi e ovunque questo possa accadere». Che in Bahrein il ciclo della violenza aperto dall’attacco notturno contro i dimostranti di Piazza della Perla non si sarebbe arrestato è apparso chiaro sin dalla mattina, quando migliaia di persone, reduci dalla preghiera di mezzogiorno, si sono riversate nell’ampio spiazzo che fronteggia il pronto soccorso dell’ospedale Suleymania, diventato un luogo extraterritoriale in cui si raggruma il dolore e il risentimento della popolazione sciita contro i governanti. Qui, sotto le volte che marcano l’ingresso alla Divisone “Emergenza” sono state erette bacheche con i nomi delle 62 persone che, secondo i dimostranti, risultano disperse da quella drammatica notte. E qui, a qualche centinaio di metri dal nosocomio, la folla proveniente dalle moschee s’è scontrata con l’apparato di sicurezza che un regime incapace di dare seguito coerente alle sue promesse di dialogo (l’ultima delle quali è venuta ieri sera dal principe ereditario Salman bin Hamad al Khalifa) ha schierato a difesa dello status quo. Lacrimogeni e granate assordanti hanno costretto la maggior parte della folla a ripiegare, ma non ci sono stati feriti. Di sicuro, i fatti successi nella notte tra giovedì e venerdì hanno provocato un cambiamento radicale negli umori dei manifestanti, che non si aspettavano una risposta così dura da parte del regime. Allo scontento s’è aggiunto il sentimento di aver subito un’ingiusta, immotivata violenza. La collera s’è trasformata in odio. Mentre prima chiedevano una “vera” monarchia costituzionale, che annullasse le discriminazioni di cui sentono vittime, ieri gli sciiti del Bahrein gridavano «morte al re». «Morte a Khalifa», «processiamo il governo del massacro», gridavano le migliaia di persone accorse nell’isola di Sitra, quartiere totalmente sciita, a qualche chilometro dal centro di Manama, per seppellire due delle vittime di giovedì notte. Avvolti nelle bandiere bianche e rosse dello stato, i corpi di Alì Mansur Ahmed Khudair, di 53 anni, e di Mahmud Makki Abutaki, di 22, sono stati accompagnati al cimitero da una folla di almeno diecimila persone. Animi surriscaldati. Evidente la frustrazione di molti giovani convinti che «il sangue dei martiri non è stato versato invano». Poi, mentre le donne avvolte nel chador nero gridavano «siamo anche noi mari di Shahid», i due corpi sono stati sepolti su un fianco, rivolti verso la Mecca. Poco dopo, provenienti da questo o da un altro dei funerali che si sono celebrati ieri, un migliaio di sciiti si sono diretti verso piazza della Perla che dalla notte dell’irruzione (ricordiamo che ha provocato quattro morti e oltre 200 feriti) è circondata dal filo spinato e guardata a vista dai blindati dell’esercito. Che, appena intervenuto per odine del re, ha vietato le manifestazioni. Intenzionati a sfidare e a tornare in quella piazza da cui sono stati cacciati con la violenza i dimostranti, molti giovanissimi ma anche famiglie con bambini, si sono avvicinati alla zona proibita. La risposta, immediata, sono state le raffiche di mitra, le granate, i proiettili di gomma. Colpi anche da un elicottero, contro un giornalista che, assieme ad un cameraman, stava registrando gli incidenti. Fuggi fuggi, generale mentre dall’Ospedale Suleymania, arriva l’accusa all’esercito di aver impedito l’accesso ai soccorsi. Un ulteriore aggravarsi della situazione proprio mentre il patron della Formula uno Ecclestone si diceva «ottimista» sulla disputa del Gp del 13 marzo.


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