Rivolta egiziana. Le notti del coprifuoco al Cairo

Ecco che un amico malato, chiuso in casa, senza nessuno che possa portargli generi di conforto, diventa una buona scusa per uscire di notte. Sono le 21, in realtà , ma in questi giorni al Cairo si vive in modo differente. Un orario che per chiunque, qui, non significa nulla. La capitale egiziana vive per tutto il giorno, ma dal 25 gennaio il tempo è come sospeso. Quella stessa notte, infatti, la prima di scontri tra la polizia del presidente Hosni Mubarak e i dimostranti, alcuni saccheggiatori (anche la notte dopo), hanno visto nel collasso del regime che allora pareva questione di ore l’occasione per razziare.

Non hanno fatti i conti con i cairoti. A ventiquattrore dall’insurrezione popolare che ancora oggi tiene il futuro dell’Egitto appeso a un filo, i comitati popolari di autodifesa non abbassano la guardia. Il palazzo, di notte, è buio. Scendendo le scale una luce flebile, dalla strada, funge da guida. Attorno ad Ahmad, il bawab (portiere dello stabile), ci sono una decina di uomini. Età  differenti, vestiti che raccontano di vite diverse, conoscenza dell’inglese che svela studi diversi. Eppure son tutti là .

“Dove andate ragazzi?”. L’amico che ha bisogno di aiuto pare un motivo sufficiente per loro. Marco, ragazzo italiano che parla un ottimo arabo, spiega le ragioni dell’uscita notturna. “Ci sono parole d’ordine ai prossimi check-point?”, chiede Marco. Qualche sorriso, nessuna certezza. “No, tranquilli. Ma aspettate un attimo, chiamiamo Max. Meglio vi accompagni lui”. Lo dice un ragazzone enorme, con la faccia da studente, montata su un corpaccione dal lottatore di sumo. Ahmed, con una enorme cicatrice dietro l’orecchio, ha la faccia di chi ne ha viste ben di peggio e e si tiene quasi in disparte, seduto su una panda di legno, avvinto al thermos del tè. Assieme allo studente altri quattro ragazzi.

Uno di loro si fa avanti. Occhiali da intellettuale, giacca stirata di fresco e camicia di un bianco così splendente che quasi illumina la notte. “Avete con voi i documenti? Il passaporto? No, meglio di no. In questi giorni c’è gente strana in giro, meglio non rischiare“. Dei consigli, insegnano i saggi, bisogna far tesoro e i passaporti restano a casa, sostituiti da due patenti. Mentre si attende Max, i ragazzi ingannano il tempo. L’armamento della milizia consiste in: un paio di bastoni, un coltellaccio da cucina, un tondino di ferro e un fucile ad aria compressa. Il padre di famiglia, per un istintivo pudore, si allontana chiacchierando al cellulare. I giovani, stretti attorno al gigante buono, tirano a un albero i piombini. Giusto per vedere l’effetto che fa, facendoli rimbalzare sui cavalli di frisia improvvisati tra una barriera e l’altra, fatte di lamiere poste per traverso, che chiudono le strade vicine.

Sembrano dei gitanti annoiati e invece è gente come loro che ha difeso le proprie case dopo il collasso della polizia seguito agli scontri di piazza Tahrir, che ha sostituito gli agenti addetti al traffico, scomparsi, che avevano mandato ancor più in tilt la città . Come d’improvviso spunta fuori dalla notte Max. Fisico da atleta quasi due metri d’altezza sagomati attorno a due spalle larghe. Blue jeans e anfibi militari, giubbotto di pelle e cappellino da baseball che recita: US BORDER PATROL. Rasatura perfetta. Dal colletto del giubbotto spunta fuori il manico del manganello nero. Sorride, ma non scalda. “Ok, nessun problema, vi accompagno io”.

Con uno così, niente può andare male. Ma i vicoli della città , del coprifuoco, hanno preso il colore terreo. Qualche comitato di quartiere ha preferito accendere un falò, che balugina in lontananza, mentre si cammina a strappi e saltelli tra i mille ostacoli posti lungo le stradine. Si arriva sull’arteria principale e i segni di vita non mancano. Certo, non è il Cairo. E’ una sorta di versione ridotta, alleggerita, ingrigita. Al centro della strada, una ventina di persone. Fermano le poche macchine che passano, illuminano l’interno dell’abitacolo, se non l’ha fatto prima il conducente. Anche qui: uomini e bambini. Tanti bambini, con delle lunghe aste in mano. Un’immagine surreale, resa più umana da una anziana signora, sprofondata in una poltrona sfondata, che dorme appoggiata a un bastone di legno. C’è da sperare che a nessuno venga in mente di assaltare quello di palazzo, per non disturbarla, in tutto questo verificare.

Max è cordiale. “Da dove venite? Oh l’Italia, ho visitato Roma e Milano. Così e così, ho amato molto più la Sicilia”. In realtà  non guarda quasi mai negli occhi, cammina svelto, saluta tutti. La sua piccola radiotrasmittente continua a gracchiare. “Ci siamo organizzati fin dalla prima notte di scontri e, nel giro di poche ore, tutto è tornato sotto controllo. Sono gruppi spontanei, auto organizzati tra i cittadini”, racconta, anche se nessuno gli ha posto la domanda. Un gruppo di ragazzi, tutti sui trent’anni, blocca la strada. Parlottano con Max, chiedono i documenti. Saltan fuori le patenti. Max, all’improvviso, come se fosse il capo di quel blocco e non fosse venuto da un’altra parte si fa duro.

Il ragazzo non capisce, nella patente italiana, quale sia il nome. Solo che pone la domanda prima in ebraico, poi in farsi. Anche a capirlo, viene naturale dire di non aver capito. E si ha subito la sensazione di aver fatto bene. Khaled, impiegato di banca, modi da gentiluomo e un fisico da pugile, l’aveva detto: “Tanta gente, in Egitto, guarda solo i media pubblici nazionali. Stanno dicendo, da giorni, cumuli di sciocchezze. Spie dall’Iran, da Israele, dagli Usa, spie di Hamas ed Hezbollah, sono in giro a fomentare i contestatori. Davanti ai miei occhi tre ragazzi tedeschi son finiti legati a un palo da un gruppo di ragazzini che urlavano di aver catturato tre spie! Da non crederci”. I ragazzi, dopo l’ennesimo conciliabolo con Max, dicono che ok, si può passare.

Pochi metri, ancora barriere poste per strada, ancora gente davanti agli ingressi dei palazzi. “Salam Aleikum”, per tutti. Non manca mai la risposta. La tensione sembra essersi alleggerita, proprio quando c’è da girare l’ultimo angolo. Un nuovo gruppo di persone, alcuni di loro in giacca e cravatta, più sicurezza privata che volontari del popolo. “Tirate fuori i passaporti“, fa Max, con l’aria più indifferente della terra. Quali? “Oh, questo è un grosso problema“. Ma come? Di nuovo Max cambia atteggiamento, di nuovo si fa scuro in volto, come se lui fosse stato là  ad aspettarci e non fosse venuto con noi fin dal primo momento. “Non va bene, dobbiamo verificare”. Comincia una procedura surreale: gente che si allontana, gente che tranquillizza, gente che parla al telefonino. Ma tutto ruota attorno a Max. “I vostri passaporti sono in casa? Ok, fateli portare di sotto, ai ragazzi del palazzo, chiedendo di Joker. La situazione sembra farsi drammatica, ma non seria.

Rapido giro di telefonate, intervallate da qualche domanda di Max. “Perché siete qui? Quando siete arrivati?”. Le risposte sembrano sempre non essere interessanti. Ma servono a far passare il tempo, visto che del fantomatico Joker c’è traccia solo in una grande film di Stanley Kubrik. Alla fine torna buono il vecchio Ahmad, che pare di vederlo, alzarsi seccato dalla panca, in questa notte cairota che lui era abituato a godersi in solitudine. Un gattino gira attorno agli anfibi enormi di Max, con aria indifferente e serafica. Max guarda sempre da un’altra parte. Alla fine l’arrocco si sblocca. “Senza passaporti vi devo aspettare qui“, dice mentre il povero amico malato si è dovuto trascinare di sotto per manifestare la propria esistenza. “Vi aspetto, è più sicuro”. Con un tono troppo algido per virare tra la promessa e la minaccia.

Tornati in strada si fa il percorso all’indietro, ma molto più corto. Ora Max ha il passo ancora più svelto. “Che lavoro faccio nella vita normale? L’assicuratore“. Detto così, sembra un po’ forzato, ma in questi giorni incerti, al Cairo, può essere anche che l’uomo delle polizze si ritagli la sua notte da Charles Bronson. Di nuovo a casa, saluti e sorrisi. Max si congeda con una pacca sulla spalla. Il tempo di salire in ascensore e tirare un sospiro di sollievo e il cellulare di Marco squilla. “E’ Max, dice che c’è qualcosa che non va nel passaporto“. Un visto scaduto da tempo, ma difficile da rinnovare con una rivoluzione in corso. Alla fine Max si accontenta della spiegazione: “Non uscite mai più senza passaporto, sono giorni particolari”. Come dargli torto.


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