Se il Sud si muove

Quando si muovono i popoli del Sud, il Nord non sa mai se compiacersi o avere paura. Il protagonismo è una facoltà  che l’Occidente non è disposto a lasciare ad altri. L’Egitto è troppo importante per non prendere in seria considerazione gli accadimenti che lo riguardano ma è pur sempre un paese destinato a un ruolo subalterno. L’atteggiamento che prevale nei governi e nelle opinioni politiche d’America e d’Europa mostra chiaramente questo status di inferiorità : si ammette a malincuore dopo tanti anni di complicità  che Mubarak oggi, come Ben Ali ieri, non è difendibile sul piano della morale e della democrazia ma è comunque utile finché è in grado di controllare, più ancora che governare, un limes che la crescente interdipendenza rende meno definito rispetto ai tempi del colonialismo e della stessa guerra fredda.
Sono svolte come quella che si profila in Egitto a confermare che anche la globalizzazione si basa su asimmetrie. Le incognite sono tanto maggiori perché la globalizzazione non si è fermata alla gestione del mercato, al fine di ridurne la naturale anarchia, ma ha invaso il campo molto sensibile della cultura. Non basta un Egitto «dipendente». In molti si preoccupano dell’orientamento che prenderà  alla fine un movimento di massa senza leaders riconoscibili e verosimilmente composito per preferenze politiche e funzioni sociali.
Per far fronte alle crisi le nazioni rievocano la storia e la propria identità . In tutto il mondo arabo e musulmano si è fatto spesso ricorso all’islamismo fondamentalista per il cambiamento dopo il fallimento del liberalismo e del socialismo importati dall’Europa. La war on terror ha dato una dimensione globale a fenomeni che in fondo avevano cause domestiche, stato per stato, complicando ulteriormente i processi di transizione. Gli sviluppi in Egitto diranno se è fondata o no l’impressione che malgrado tutto nel Medio Oriente l’islam politico sia in una impasse per non aver fatto breccia nei ceti dirigenti ed essersi confinato a un jihadismo di pura violenza. CONTINUA | PAGINA 3
In Egitto più che altrove la Fratellanza musulmana, al di là  delle peripezie elettorali, è parte a tutti gli effetti del discorso politico ma questo non impedisce che in Occidente si tema il peggio ricordando il 1979 iraniano.
Non è un caso che le parole più allarmate siano venute da Israele. Mubarak non è mai stato particolarmente caldo con i dirigenti israeliani ma l’Egitto ha compiti di rappresentanza che comprendono anche la Palestina. La sua assenza dalla politica mediorientale è durata anche troppo. Forse, invece di chiedersi «cosa fare per l’Egitto», a costo di interferenze indebite e controproducenti, l’Occidente, e Obama in primis, potrebbe anticipare eventuali soprassalti tirando fuori dal cestino dei rifiuti il cosiddetto negoziato israelo-palestinese.


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