Se la data fa politica

Così cambiano le celebrazioni nella storia Presentando una bella ricerca da lui curata e pubblicata dalla Laterza in due volumi nel 1997 su I luoghi della memoria ovvero personaggi, date, strutture ed eventi dell’Italia unita, Mario Isnenghi iniziava scrivendo parole ironiche nella forma ma quanto mai serie nella sostanza. «Avete presente – una volta si chiamava tapis roulant – il nastro trasportatore dei bagagli all’aeroporto? Mi figuro il viaggio delle memorie molto simile a quello. Proprio come valigie e borse, le memorie di un popolo vengono caricate dagli addetti, messe in movimento e poi spariscono per tunnel misteriosi, ricompaiono, compiono tratti diritti, traiettorie e curve visibili o segrete…». Isnenghi aggiunge che «non c’è memoria senza oblio» e che «la cifra della memoria non è solo l’idillio. Un Paese vive anche delle sue lacerazioni». Queste osservazioni costituiscono una premessa puntuale e stimolante al ragionare oggi sulla prossima ricorrenza del Centocinquantesimo dell’unità  d’Italia e sull’andare e venire dello spirito con cui in un paese si considerano alternativamente e diversamente date ed eventi importanti della sua storia: che gli uni vogliono al centro della memoria collettiva e gli altri mal sopportano o addirittura non sopportano affatto. In effetti la celebrazione ufficiale, la sottocelebrazione, la non celebrazione di un evento di grande rilievo politico riflettono un’unità  di intenti oppure la sua mancanza. Avviene che a seconda degli orientamenti prevalenti una data venga prima indicata come degna della venerazione nazionale e in seguito cancellata come inopportuna e da sostituirsi con un’altra di opposto significato. Un esempio. Il 15 ottobre 1930 il consiglio dei ministri decise di cancellare la festività  del 20 settembre che celebrava la presa di Porta Pia e la fine del potere temporale dei papi, sostituendola con quella dell’11 febbraio intesa a glorificare la firma dei Patti lateranensi e la conciliazione dello Stato con la Chiesa cattolica. Ora, qual è la volontà  delle istituzioni, a partire dal governo, di ricordare degnamente il 17 marzo 1861? Certo, una macchina delle celebrazioni è stata messa in moto, ma essa è già  andata incontro a vari infortuni. Il Presidente della Repubblica non manca di sottolineare la solennità  della data ed esorta le parti politiche e gli italiani a raccogliersi intorno ad essa con sentimenti di concordia; ma la Confindustria non desidera che si perda una giornata di lavoro e il ministro della pubblica istruzione ritiene inopportuna una vacanza degli scolari. Della Lega inutile parlare, poiché per essa il 17 marzo è piuttosto un motivo di lutto; e il ministro degli Interni dichiara che quel giorno sarà  al suo tavolo di lavoro come ogni giorno. Naturalmente, il problema vero non è se la celebrazione dell’unità  debba essere accompagnata o no da un giorno di assenza dalle attività  lavorative e scolastiche, che pure non sembrerebbe improprio. Il problema vero è lo stato dello spirito nazionale, che non è in buona salute: per le vicende del Presidente del Consiglio, i rapporti tra gli schieramenti politici, l’influenza che la Lega esercita sull’intero governo e sulla maggioranza parlamentare, le lacerazioni interne al popolo italiano. Giorno di vacanza o no, il 17 marzo potrebbe essere l’occasione per una riflessione seria e intelligentemente critica sul cammino percorso dalla nazione. Di questo, purtroppo, non sembra vi siano confortanti avvisaglie.


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