Sit-in di protesta al ministero. Romani insiste: ‘Stop incentivi’

ROMA – Un sit in-conferenza stampa davanti al dicastero dello Sviluppo Economico, un tentativo (fallito) di incontrare il ministro Paolo Romani e un disperato appello al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo perché prenda finalmente posizione con un’iniziativa forte. Sono queste le ultime carte giocate da associazioni ambientaliste e organizzazioni di categoria per cercare di salvare la neonata “green economy” italiana dalla scure del governo. Questa mattina rappresentanti di Legambiente, Greenpeace, Wwf, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Kyoto Club, Ises, Anev, Aper, Assoenergie futuro e Assosolare si sono date appuntamento davanti al ministero per ribadire le nefaste conseguenze del decreto sulle rinnovabili che il consiglio dei ministri si appresta a varare giovedì prossimo.

Un provvedimento che contiene almeno tre punti “killer”:

1) Stop agli incentivi previsti dal conto energia per il fotovoltaico una volta raggiunto l’obiettivo degli 8mila MW installati. Una potenza a suo tempo ipotizzata per il 2020, ma che secondo i dati del Gestore dei servizi energetici (Gse) verrà  raggiunta in realtà  nel giro dei prossimi mesi. Facile capire che gli effetti sul comparto sarebbero catastrofici, con un blocco immediato da parte delle banche dei finanziamenti di nuovi impianti.

2) Taglio retroattivo del 30% per gli incentivi per l’eolico. Anche in questo caso il messaggio sarebbe fin troppo chiaro: meglio stare alla larga dagli investimenti nelle rinnovabili perché sono una zona franca dove tutto è possibile, compresi provvedimenti in grado di penalizzare anche chi ha già  tirato fuori i soldi. 

3) Introduzione di aste al ribasso per gli impianti oltre i 5 megawatt.

L’attesa dei manifestanti è stata però vana. L’incontro con il ministro infatti non c’è stato perché Romani era impegnato a Milano. Anche fosse stato in sede, si sarebbe trattato però probabilmente di un dialogo tra sordi, visto che il responsabile dello Sviluppo Economico intervenendo a un convegno nel capoluogo lombardo ha ribadito che “bisogna interrompere un meccanismo di incentivazione all’energia rinnovabile che è costato 20 miliardi di euro tra il 2009 e il 2010 agli italiani”. “Noi – ha insistito – siamo un paese prevalentemente manifatturiero, molte aziende pagano l’alto costo dell’energia e il costo delle rinnovabili è sulle spalle dei cittadini italiani che in conto bolletta hanno pagato 20 miliardi di incentivi tra il 2009 e il 2010 in cambio del 4,5% di energia prodotta”.

Motivazioni, quelle di Romani, che da tempo ambientalisti e associazioni di categoria denunciano come false . “Dopo aver concimato accuratamente il terreno con dosi massicce di calunnie, definendole nemiche del paesaggio, un costo insostenibile per la collettività  e un ricettacolo di soldi sporchi, il governo è pronto ora a sferrare l’attacco finale a quell’insieme di norme che dopo tanti stenti ha finalmente permesso la nascita anche nel nostro paese di un’industria delle rinnovabili”, denuncia Rossella Muroni di Legambiente. Un atteggiamento che gli ambientalisti denunciano come strumentale al tentativo di presentare il ritorno al nucleare come unica alternativa percorribile.

A segnalare che i tempi sono mutati, le preoccupazioni di stampo ambientalista questa mattina sono passate però paradossalmente quasi in secondo piano davanti alle motivazioni economiche. In un comunicato congiunto i promotori della protesta ricordano infatti come “ci sono 44mila famiglie tra eolico e fotovoltaico” che rischiano di trovarsi senza lavoro, con una norma che “passa sopra al volere del Parlamento”. Un dato che il presidente di Assosolare Gianni Chianetta innalza a quota 120 mila posti di lavoro a rischio. Altro elemento di allarme, spiega il senatore del Pd Francesco Ferrante, è il fatto che la norma Romani provocherebbe “danni enormi in termini economici e in previsione del raggiungimento dell’obiettivo del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili entro il 2020” fissato dall’Unione Europea.

Il brutale stop alle rinnovabili rappresenterebbe inoltre uno sgambetto a un comparto che in questi anni ha avuto la caratteristica, unica nell’industria nazionale, di essere anticiclico. Secondo le diverse valutazioni il fatturato 2010 del settore FV dovrebbe attestarsi infatti tra 25 e 40 miliardi di euro, quindi più del 2% del Pil 2010. Inoltre, stando ai dati citati dal sito specializzato Qualenergia, con il raggiungimento degli 8mila MW di potenza le tasse annuali pagate dal settore (sugli utili e sul personale) ammonterebbero in totale a circa 2 miliardi di euro, mentre quelle pagate dai soggetti responsabili degli impianti sarebbero di ulteriori 0,5 miliardi di euro, a fronte di costi previsti in bolletta per circa 3,7 miliardi di euro. Un bilancio destinato a migliorare ulteriormente se si considerano le multe evitate per le minori emissioni di CO2 rese possibili dalla diffusione del fotovoltaico e i costi evitati per la cassa integrazione (chiusura di aziende e licenziamenti) che viene pagata dallo Stato.


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