Tripoli, nelle strade del terrore

TRIPOLI – La gola si asciuga, le risate isteriche che ci scambiavamo sino a un attimo prima si spengono. Tremila persone dove ce ne starebbero settecento, un formicaio informe spalmato su un mare di coperte, teli, pannolini usati e abbandonati, bottiglie di plastica, borse della spesa, vomito e urina, cagnolini di peluche. E poi ovunque centinaia e centinaia di piccoli pacchettini di noccioline della Turkish Airways, svuotati fino all’ultimo frammento di cibo da un popolo in fuga, ostaggio qui dentro perché gli aerei non bastano. Uomini e donne in fuga, bloccati dalla polizia terrorizzata, che manganella per tenerli a bada. In mezzo a loro, all’improvviso tre angeli impauriti, vestiti con il solito giubbotto fosforescente verde: 2 addetti dell’ambasciata inglese e un australiano. Peter dice che oggi va molto meglio: «Oggi è un picnic. Ieri e l’altro ieri non sapete cosa è successo. La polizia ha picchiato anche noi, anche i vostri diplomatici italiani che cercavano come noi disperatamente i vostri connazionali da fare imbarcare». Si avvicina un poliziotto, isterico, sequestra una telecamerina all’inviato del Tg1. Il tizio inglese ci paralizza, sibila sottovoce «non tirate fuori nulla, non vogliono foto, non vogliono immagini di questo caos, state attenti, hanno i nervi a fior di pelle». Peter è un tecnico privato, «non sono un dipendente dell’ambasciata, sono qui a dare una mano», si aggira scavalcando una massa dolente di carne egiziana, tunisina, africana, di donne ancora miracolosamente coperte dal chador, di bambini stremati, senza più forze, sgonfiati in terra dalle lacrime e dalla fame. Usciamo, scavalcando una fila di poliziotti e guardie in giubbotto di pelle con bastoni e Kalashnikov: a terra, seduti ordinatamente, tenuti a bada da agenti pronti alla carica al minimo movimento sbagliato, ci saranno altri 6 mila viaggiatori. Un popolo di lavoratori miserabili, che prova a rientrare nella povertà  dei rispettivi paesi per salvare il salvabile. Il tassista e le due auto private che ci portano in città  passano in stradine di una campagna dolorosa e struggente, così simile a quella nostra, tra ulivi piantati qui dagli italiani. Il tassista dice: «Questi che vogliono partire sono pazzi, qui non succede nulla». All’inizio sembra proprio così, il traffico è lento, dalla campagna entriamo nell’autostrada verso la città  e le corsie sono vuote. Superiamo un incrocio, poca polizia, uomini armati in giacca di pelle e mitra. All’improvviso, dal nulla, all’incrocio successivo quattro ragazzi ci bloccano: non capiamo, urlano in arabo, sembrano impazziti dalla paura. Ci fanno scendere da due delle auto, mentre la terza è già  passata: hanno riconosciuto 6 bianchi e temono siano spie, mercenari o cos’altro. In un attimo sequestrano il satellitare a me e al collega del Corriere della Sera, Fabrizio Caccia. Chiedono il passaporto prima a lui, «chi sei?», «italiano» risponde Fabrizio, e parte uno schiaffone. Gli saltano gli occhiali, glieli raccolgo e mentre mi rialzo vedo che lo portano in un container: un calcione e dentro, gli sequestrano un pacco di banconote ancora incartate. Abbasso lo sguardo, mi paralizzo per qualche secondo come per scomparire, poi cerco qualcuno che parli inglese. «Solo turco, solo turco», dice un maresciallo della polizia in divisa. I poliziotti sono chiaramente al servizio dei miliziani. Apriamo i passaporti, facciamo vedere i visti: Guido Ruotolo, della Stampa, fa vedere che lui di visti libici ne ha sei o sette, che siamo ospiti del governo libico. Non si capisce cosa dicono fra loro i libici, i poliziotti hanno come terrore dei miliziani: all’improvviso finisce tutto, una stretta di mano a Fabrizio e via verso un albergo. Ecco spiegate le strade vuote di Tripoli, la capitale che geometri o periti industriali che rientrano in Italia descrivono come calma. «C’è calma a Tripoli, perché vi agitate?». La tensione è quella di una città  che sa che la guerra sta per arrivare. All’improvviso compare Bab Al-Aziziya, il lungo muro di cinta di cemento armato dietro cui vive Gheddafi. Alle torrette e agli ingressi c’è un esercito che in Libia non avevamo mai visto: elmetti in kevlar e mimetiche uguali a quelle americane di Desert Storm, il posto di blocco con un cannone a controllare le auto, barriere di cemento per impedire l’ingresso. Dicono che Gheddafi non sia dentro, che sia in un bunker da qualche parte in città , pronto a un nuovo discorso in tv: dal numero di soldati potrebbe essere benissimo nella sua casa-caserma bombardata dagli americani nel 1986. Da Bab Al-Aziziya o dal luogo in cui si ripara, Gheddafi comunque sta provando a dare gli ultimi ordini. Carri armati sono stati visti in marcia verso Misurata, a Zawia si è combattuto, dicono che bombe e missili dell’esercito avrebbero colpito i ribelli, 40 morti e anche una moschea distrutta. Da qui, dalla «calma» di Tripoli è difficile, impossibile verificare, sapere, conoscere i dettagli: in albergo confermano che verso Zawia l’esercito, o i mercenari che siano, si preparano a difendere la strada verso Tripoli. Non c’è nessun modo per confermare i racconti di chi ha visto miliziani entrare negli ospedali a uccidere i rivoltosi feriti e ricoverati. Nessuna conferma nemmeno sulla nazionalità  dei mercenari (italiani? Sembra impossibile). Un libico, arrivando con noi in aereo, guardava le foto delle fosse in cui sono state sepolte alcune delle vittime. «Non è una fossa comune, è uno dei cimiteri di Tripoli, vicino al mare, si vedono anche le sepolture più vecchie in secondo piano». Ma ormai è chiaro: nella guerra contro Gheddafi ci sono tante notizie diffuse senza controllo, rilanciate e trasformate in fatti veri. Tante delle cose di cui accusano Gheddafi oggi sono clamorosamente false. Ma nei 40 anni del suo regno migliaia di ribelli nelle fosse comuni ci sono finiti per davvero: presto qualcuno potrebbe andare a scavare quelle vere. A rovistare nel passato di un regime che questa sera, a Tripoli, ormai sembra senza futuro.


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