Wall Street parla tedesco la sindrome del declino angoscia gli Stati Uniti

by Editore | 11 Febbraio 2011 6:53

NEW York – «Dopo 219 anni in cui è stato la roccaforte del capitalismo americano, il New York Stock Exchange finirà  sotto il controllo della Borsa tedesca», osserva sgomento il Wall Street Journal. Il New York Times usa toni altrettanto drammatici: «Il simbolo del capitalismo americano avrà  un padrone europeo». I tabloid si scatenano: Wall Street viene ribattezzata Wall Strasse, la celebre statua del toro è raffigurata con l’elmetto a punta dell’esercito prussiano. Siamo in pieno psicodramma, peggio che ai tempi in cui i giapponesi comprarono il Rockefeller Center. Per quest’America angosciata dalla sindrome del declino, lo choc è venuto da un fronte imprevisto. Ci si aspetta da un momento all’altro un colpaccio cinese, una mega-acquisizione da Pechino. Invece è la vecchia Europa che allunga i tentacoli sulla piazza finanziaria più importante del pianeta. E gli Stati Uniti sono costretti a fare i conti con un vecchio rivale: il “modello renano”, più vitale che mai. Barack Obama lo sa, la performance del made in Germany sui mercati emergenti è la “lepre” da inseguire, la sfida che lui indica all’industria americana. Tanto più che il successo tedesco ha un netto sapore progressista: vince il paese degli alti salari, dei sindacati forti, del Welfare State protettivo e solidale. In effetti la Deutsche Boerse ha già  promesso di contenere al minimo i licenziamenti post-fusione, come nella migliore tradizione germanica. Ci saranno sì dei guadagni da realizzare con le sinergie (soprattutto nelle tecnologie informatiche), ma al massimo saranno tagliati 100 posti di lavoro nella sede di Manhattan. Fosse arrivato un nuovo padrone anglosassone sarebbe andata peggio. Ancora non si può escludere un rigurgito di nazionalismo, un colpo di coda politico, un veto da Washington contro l’acquisizione tedesca. Ma nelle prime reazioni prevalgono la nostalgia, un rassegnato pragmatismo, e qualche preoccupazione giustificata sugli effetti finali di queste mega-concentrazioni oligopolistiche. La nostalgia è d’obbligo, per l’istituzione che fu fondata nel 1792 sotto un albero di platano dai primi 24 broker della storia americana. Ben presto divenne la metafora della vitalità  americana: prima dell’11 settembre 2001, il New York Stock Exchange (Nyse) poteva vantarsi di non essere stato chiuso per nessuna calamità  economica o politica: né per il crac del 1929 né durante le due guerre mondiali. La scena del “campanello di apertura” è un rito quasi religioso a cui hanno partecipato presidenti, magnati del capitalismo globale, e anche Vip dello sport e dello spettacolo. Subito dopo l’attacco alle Torri gemelle, il palazzo della Borsa fu il primo edificio a reagire sventolando dalle finestre una gigantesca bandiera a stelle e strisce, gesto che divenne un segnale di resistenza nel cuore della città  sventrata. Ma i segnali di una decadenza erano ben visibili da tempo. Il Wall Street Journal ha svelato un piccolo segreto del mestiere, raccontando le giornate dei broker resi quasi inutili dalle transazioni elettroniche su Internet: al punto che la saletta cinematografica nel palazzo del Nyse è ormai più affollata del mitico “parterre” immortalato dai film all’epoca in cui gli scambi di azioni si facevano con le “grida”. Gli operatori riconoscono che il Nyse ha reagito in ritardo all’innovazione tecnologica. Mentre Wall Street rimane la piazza più importante del pianeta, anche perché la più “liquida”, altre Borse sono state più veloci a padroneggiare i nuovi strumenti digitali: per questo le capitalizzazioni delle società  private che gestiscono quelle Borse hanno potuto superare il Nyse. Il rapporto 60% contro 40%, tra gli azionisti tedeschi e gli americani in caso di fusione, è legato a questo paradosso: Francoforte è una piazza finanziaria ben più piccola di New York, ma l’impresa che gestisce la sua Borsa vale una volta e mezza il Nyse. Insieme a chi si rallegra per la modernizzazione che dovrebbe arrivare dai nuovi padroni tedeschi, affiorano nuove paure. «I guadagni di efficienza faranno scendere le tariffe sulle operazioni di Borsa» promettono i protagonisti. Credergli ciecamente sarebbe una follia. E’ proprio di questi giorni la scoperta che su un altro mercato finanziario, quello delle valute, poche grandi banche americane rapinavano sistematicamente i clienti pur importanti (fondi comuni) estorcendo commissioni eccessive. Uno degli effetti della crisi del 2008 è di avere ulteriormente ridotto i livelli di concorrenza. Ora questo avviene anche nelle Borse, con la nascita di pochi poli mondiali. Quanto tempo ci vorrà  prima di scoprire gli abusi di questo oligopolio, e la necessità  di ripensare anche qui tutta l’architettura dei controlli?

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