Bahrein, il pugno del re sulla piazza

Gli iraniani giudicano «l’invasione inaccettabile» e minacciano una crisi regionale. Gli americani oscillano tra l’appoggio agli alleati arabi più importanti e il sostegno alle aspirazioni democratiche dei manifestanti. La maggioranza sciita da un mese protesta contro la discriminazione economica (la parte più numerosa della popolazione è la più povera) e chiede le riforme politiche che porterebbero a una vera monarchia costituzionale (la famiglia al-Khalifa regna dal 1783). Nella piazza della Perla a Manama come sulle aiuole di Tahrir al Cairo: gli slogan dei dimostranti chiedono libertà  e salari migliori. Eppure la rivolta del Bahrein è stata trasformata in una sfida per l’egemonia tra Riad e Teheran, tra sunniti e sciiti. I sauditi applicano la loro «dottrina Breznev» alle acque del Golfo e intervengono per soffocare una ribellione popolare. Le truppe del Consiglio di cooperazione (oltre all’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Oman) per ora sono state posizionate attorno ai palazzi della monarchia. Nell’isolotto di Sitra, sobborgo povero e sciita a sud della capitale, sarebbero intervenute le forze di sicurezza locali. All’ospedale sono arrivati duecento feriti, con le stesse lesioni (proiettili e tagli in testa). Dei due morti di ieri, uno avrebbe avuto la schiena crivellata di colpi e l’altro portava sul corpo i segni degli pneumatici, un blindato gli sarebbe passato sopra. Anche un poliziotto (il governo ha smentito che si trattasse di un soldato straniero) sarebbe stato ucciso. «La mossa saudita — scrive Ray Takeyh, analista del Council on Foreign Relations— è arrivata nel momento migliore per gli iraniani. Potranno presentarsi come protettori della democrazia, senza praticarla in casa propria. I regnanti di Riad invecchiano e continuano a credere alle loro teorie della cospirazione (sciiti contro sunniti), restano indietro rispetto alla primavera araba. Gli Stati Uniti dovrebbero avere una franca e spiacevole chiacchierata con gli alleati» . Hillary Clinton si limita a chiedere che i sauditi «promuovano i l dialogo in Bahrein» e che il governo di Manama «agisca adesso per trovare una soluzione pacifica e politica» . Il segretario di Stato americano è al Cairo per la prima visita nell’era post-Mubarak. Invita gli egiziani «ad abbracciare la democrazia e i diritti umani» : ieri il neoministro degli Interni ha sciolto l’apparato della sicurezza di Stato, strumento della repressione. I giovani del Movimento 25 gennaio, la coalizione che ha guidato la rivolta contro il regime, non vogliono incontrarla. «Tutti ci ricordiamo le sue dichiarazioni: all’inizio non sosteneva la rivoluzione» , ha detto uno dei portavoce.


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