È battaglia, ma l’ipotesi Aventino divide il Pd

ROMA – Dentro e fuori. In Parlamento e in piazza. L’importante – dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – «è dare battaglia», perché dopo quello che è successo con il processo breve, non si può abbassare la guardia. L’opposizione usa toni durissimi contro un governo e una maggioranza che sono «arrivati alla violenza parlamentare e agli abusi». Lo grida nell’aula di Montecitorio Dario Franceschini, il capogruppo democratico, rivolgendosi a Bossi: «Cosa andrete a dire ai popoli padani a cui parlate di sicurezza?». Lo scandisce il segretario: «Cara Lega, verremo a mettervi sotto casa i manifesti sulla Padania breve…abbiamo capito perché Berlusconi è andato a Lampedusa a fare fuochi d’artificio, a comprare case e barconi, a rifare il piano regolatore: ha portato i riflettori là  ma il miracolo l’ha fatto qui, là  si compra la casa, qui l’impunità ». Giornata di tumulti e tensioni. I Democratici e l’Idv danno ieri appuntamento per un sit-in pomeridiano di protesta davanti a Montecitorio. Accade di tutto. Mentre lo stesso Pd si divide tra chi pensa all’Aventino, o a gesti di rottura forti e chi – come lo stesso Bersani – frena. Un «periodo duro», una difficoltà  politica tutta italiana: la definisce così il presidente Napolitano a New York cercando di spiegare i guai di casa nostra: «Quel che è peggio per me è la presenza di un fenomeno che in letteratura si definisce “hyperpartisanship” – ammette – non esiste più una normale dialettica, ma si assiste a una guerriglia quotidiana, nessuno ascolta l’altro, non c’è più dialogo». La politica incolta e rissosa provoca «un grave indebolimento del nostro prestigio nel mondo». Non risparmia però l’opposizione, il capo dello Stato. «In democrazia è necessario un governo forte quanto una forte opposizione – commenta – talvolta direi che le opposizioni non sono forti abbastanza». Anche i contestatori in piazza incalzano i leader: «L’opposizione non può proprio far niente?». Ignazio Marino risponde che «sì, serve un gesto eclatante, come l’abbandono dell’aula o anche dimetterci tutti in modo da provocare nuove elezioni». Nell’emiciclo di Montecitorio c’era stato prima un battibecco tra la Bindi, che proponeva di lasciare l’aula, e D’Alema che aveva ironizzato: «Cosa vuoi? Che mi tolga gli occhiali e vada a menarli?». Bersani boccia l’Aventino: «Abbandonare l’aula? Si può sempre discutere di questo ma con i numeri che hanno decidono in un’ora». Insomma, più il danno che il guadagno. Intanto c’è l’ostruzionismo, il fronte comune che le opposizioni possono fare, altre manifestazioni di piazza. Stamani alle 10 mobilitazione davanti a Montecitorio convocata da Pd, Idv e Movimenti. Leoluca Orlando di Idv pensa a una lettera per chiedere un incontro di tutte le opposizioni a Napolitano. Di Pietro non è in aula al momento della bagarre, ma da Campobasso dichiara: «Denuncio questo comportamento truffaldino della maggioranza in un Parlamento di asserviti». Casini, il leader Udc attacca: «Una vergogna, il solito provvedimento ad personam, altro che confronto sulla giustizia».


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La normalità  dopo l’anomalia

Quale che sia, e le variabili aperte sono ancora troppe per saperlo, l’effetto della decisiva scossa di Mirabello sullo sciame sismico in atto nel sistema politico italiano, l’ultima mossa di Gianfranco Fini corona il percorso di ridefinizione della destra intrapreso dall’allora «cofondatore» già  al congresso di battesimo del Pdl. Fu proprio nel momento della confluenza di An nel «partito del predellino» che Fini cominciò a marcare vistosamente quella distanza da Berlusconi che domenica è diventata abissale. E allora come oggi, la posta in gioco non era e non è solo tattica: si trattava allora, e si tratta oggi, non solo di come condizionare, fino a romperlo, il gioco di Berlusconi, ma di come ereditarne l’opera, il campo e l’elettorato.

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