Egitto: vince il sì

Si è trattato del primo vero test democratico da almeno trent’anni;  ma a detta di molti osservatori addirittura dal 1952, cioè dal colpo di stato e la fine della monarchia. Ecco il perché dell’elevato numero dei votanti: oltre il 50 per cento degli aventi diritto contro un misero 5 per cento negli ultimi referendum truffa voluti dal vecchio regime.

In effetti, a differenza del passato, nessuno conosceva in anticipo i risultati di questo voto referendario, una bella novità . Prima del voto la bilancia del sì equivaleva a quella del no. Anche se la giunta militare, pure occultando il suo orientamento, propendeva per il sì che apre la strada a elezioni politiche e presidenziali entro sei mesi visto che essa aveva prima nominato direttamente la commissione di costituzionalisti e di giuristi per emendare la vecchia Costituzione del 1971.

Il pacchetto referendario approvato dagli elettori riguarda i requisiti del candidato alla presidenza; stabilisce la modalità  della sua scelta, l’obbligatorietà  della nomina di un vicepresidente, la lunghezza del mandato presidenziale,  rinnovabile una sola volta.

Modifiche che incontravano il consenso dei Fratelli musulmani e il Partito nazionalista democratico “Pnd” dell’ex presidente Mubarak ma non dei partiti laici e del movimento giovanile. Una scelta non casuale dal momento che gli integralisti e i sostenitori del vecchio regime sono i più organizzati e in grado quindi di condurre una campagna elettorale legislativa entro sei mesi. Mentre le altre forze politiche nate dalla rivoluzione del 25 gennaio non potranno fare la stessa cosa per il semplice motivo che non sono ancora autorizzate a operare e non ha una presenza capillare sul territorio.

E’ vero che gli emendamenti alla Costituzione appena approvati costringono il nuovo Parlamento a eleggere subito una Costituente per varare una nuova Costituzione ma l’impronta di queste due formazioni per forza di cose saranno molto forti nella fase di transizione, su questo i fautori del no sembra proprio abbiano ragione. A loro avviso era preferibile varare una nuova Costituzione al posto di quella fatta su misura per Mubarak e aprire una nuova fase politica in modo da tradurre  le nuove aspirazioni del popolo.

Bisogna riconoscere il corretto svolgimento del voto nella stragrande maggioranza dei seggi, ma occorre sottolineare pure alcune irregolarità  che potrebbero mettere un’ipoteca sulle prossime consultazioni e vanificare il processo democratico.

Come quella del massiccio ricorso a argomenti confessionali da parte della fratellanza musulmana e dei suoi nuovi alleati della Jamaat islamiya (sdoganati dai militari e che ora agiscono alla luce del sole), per convincere gli elettori a votare sì. Questi due movimenti hanno parlato dell’obbligatorietà  del voto a favore del sì da un punto di visto teologico, ma i Fratelli musulmani mettevano soprattutto l’accento sul rischio di un vuoto istituzionale nel caso di vittoria del no.

Non sono  mancate purtroppo le intimidazioni nei confronti della minoranza copta in alcune province dell’Alto Egitto per impedire loro a votare. I Fratelli musulmani potrebbero essere dietro il grave episodio dell’assalto al premio Nobel per la pace, Mohammed el-Baradei, candidato “in pectore” alle prossime presidenziali al suo arrivo al seggio al Cairo impedendogli di votare.

E’ vero che il referendum del 19 marzo ha spaccato l’opinione pubblica egiziana ma gli atti di violenza che hanno caratterizzato il voto potrebbero essere foriere di incidenti ben più gravi alle prossime consultazioni, quella presidenziale e quella legislativa, che dovranno svolgersi entro sei mesi come vogliono i militari per tornare nelle caserme.



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