Gheddafi attacca le città  ribelli strage di bambini a Misurata “Rido dei missili occidentali”

TRIPOLI – Il Colonello lo ripete davanti al suo popolo. E da giorni mantiene gli impegni: il problema è che combatte contro il suo popolo. La prima città -vittima di queste giornate di guerra è Misurata: trecentomila persone, meno quelle che disperatamente sono riuscite a fuggire, stanno resistendo da giorni a un diluvio di bombe e proiettili che nessuna pace potrà  mai cancellare nella storia. Ancora ieri, dopo il terzo o quarto cessate-il-fuoco dichiarato dal governo di Tripoli, le armate gheddafiane sono andate all’attacco. Mentre arriva una nuova conferma della morte di Khamis Gheddafi, il figlio-generale del leader libico, da Misurata filtrano racconti di puro terrore. Alla città  sono stati tagliati l’acqua, il carburante e la luce elettrica. Tra lunedì e ieri i tank hanno fatto almeno 60 morti fra civili e insorti; un’auto con un papà  a bordo è stata distrutta da un colpo di cannone, i suoi tre figli fatti a pezzi, sono irriconoscibili. Sadoun, uno degli assediati, racconta che «nella macchina i pezzi di carne non si sapeva a chi appartenessero, il padre è sopravvissuto, ma è crollato come senza vita, non si riprenderà  mai». Una base militare a sud della città  è stata colpita dai caccia della coalizione, ma ormai i carri armati sono appostati nelle strade della città , per cui altri bombardamenti di precisione sono impossibili. «Nell’ospedale i medici sono allo stremo, altri infermieri non posso più raggiungerlo dopo essere rientrati a casa perché i cecchini sono dappertutto e sparano su chiunque si muova». A Londra un fuoriuscito in contatto con la Reuters ha detto che in città  manca di tutto: «Il porto sarebbe ancora aperto, i rifornimenti possono essere consegnati, manca di tutto, dal cibo, alle medicine, al sangue». Duecento chilometri ad est di Tripoli, quindi ancora nella Tripolitania, per il regime Misurata è un «cancro» che va estirpato, al costo di un massacro che continua senza che nessuno abbia la forza o il coraggio di fermarlo. Un portavoce dei ribelli, Mohammed Ahmed, dice che «molti dei feriti vengono lasciati senza cure, con i proiettili o le schegge nelle gambe e nelle braccia perché ci sono feriti in condizioni ancora più devastanti». Mentre la Nato continua a discutere su chi debba comandare l’operazione militare lanciata da quattro giorni, anche Zintan, una piccola città  vicino al confine tunisino, è stata attaccata: l’intenzione è quella di fare una completa pulizia etnica dei ribelli, in tutta la Tripolitania. Senza tener conto che le vittime sono tutti libici, appartenenti perfino a tribù “alleate” a quella di Gheddafi. Ieri pomeriggio a Tripoli il governo ha portato i giornalisti a vedere da vicino i due magazzini del porto militare colpiti l’altra notte dalle bombe alleate. All’interno abbiamo visto almeno un cratere di circa 3 metri di diametro; tutt’intorno veicoli militari, lanciarazzi “katiuscia” e degli strani missili tipo “V2” di fabbricazione russa bruciati dalle esplosioni. Una poderosa puzza di bruciato emanava da centinaia di barili scoperchiati dalle bombe, ci siamo allontanati per guardare a distanza. Nessun segno, nessuna testimonianza di morti fra i civili. «Io ero nel capannone fino a 5 minuti prima dell’attacco», dice il capitano di marina Fahmi Sokhni, «mi sono allontanato in tempo, nessuno di noi è stato colpito». Nell’Est, verso la Cirenaica, un altro caccia gheddafiano che aveva provato a salire in volo è stato abbattuto dagli americani. La notizia è rimbalzata a Tripoli, assieme ad altre due notizie che iniziano a far vacillare la gente ancora vicina a Gheddafi: il figlio cadetto Khamis, il generale che guidava la 32esima Brigata, sarebbe morto per davvero. Nessuno lo fa vedere in televisione. La conferma viene qui a Tripoli da una fonte indipendente che parla di un ricovero di 3 giorni in un centro per grandi ustionati di Tripoli prima della morte. Notizia che negli Stati Uniti viene confermata anche dal segretario di Stato Hillary Clinton. «Non abbiamo conferme, ma sembra che un figlio sia morto». Un altro capo dell’esercito gheddafiano, Hussein el Warfalli, chiaramente della tribù dei Warfalla, è stato ucciso negli scontri. Europa e America ancora litigano e si dividono, ma i gheddafiani iniziano a vacillare.


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