Gheddafi gioca la sua ultima carta «Cessate il fuoco immediato»

TRIPOLI — Ora son proprio pochi, gl’italiani rimasti a Tripoli. Si possono contare sulle dita. C’è Paolo Schubert, il figlio del birraio, che da ieri mattina ha preso in consegna le chiavi della nostra ambasciata. Tutto il personale è stato rimpatriato con un C130 sul filo della «no-fly zone» e gli interessi italiani sono stati affidati all’ambasciata turca. Se ne sono andati di corsa anche gli ultimi dipendenti dell’Eni. «Se tornerò in Italia? Sì, mi piacerebbe — dice Paolo, cercando di mostrarsi sereno —. Magari in tempo per il matrimonio di mia figlia, a Brescia. Insciallah…» . Eppoi c’è Bruno Dalmasso, da Bordighera, che guarda il cielo e sorride: «Volete sapere una cosa? Non m’importa niente delle bombe dei francesi e degli americani, io non me ne vado, perché ho già  deciso che a Tripoli morirò» . Lui è il guardiano del cimitero cattolico «Hammangi» di Suk Teletha, migliaia di nostri connazionali sono sepolti qui dai tempi della colonizzazione, una vecchia ferita che non rimargina e che adesso ci espone a pericoli elevati. Anche il vescovo, monsignor Giovanni Martinelli, ha scelto di restare malgrado i rischi legati alla risoluzione dell’Onu: «Macché paura — sospira — c’è San Francesco che mi protegge…» . Fede, fatalismo oppure solo rassegnazione. Sono i sentimenti di una città  che aspetta e si prepara ad affrontare il peggio. La gente fa la fila dal fornaio, code di decine di metri per fare la scorta di pane, se mai si dovesse restare chiusi in casa per giorni. Sta finendo anche il latte nei negozi e le mamme sono preoccupate per i loro bambini. C’è il deserto sul lungomare, nonostante il sole primaverile. La Bella Sirena, come un tempo Tripoli era chiamata, ha perso di colpo la sua spensieratezza. Ai media stranieri viene imposto di non uscire, di restare confinati negli alberghi. Troppi rischi, per loro. Le strade sono presidiate dai kataib, i miliziani con la fascia verde e i kalashnikov, che con i loro gipponi pattugliano i quartieri e fanno le ronde armate, quasi avessero ricevuto un ordine dall’alto. Sono loro le sentinelle più fidate del regime, i primi pronti a immolarsi. Odiano gli europei e gli americani, li considerano i boia del Raìs, i suoi traditori. Qualche giorno fa, però, hanno pestato a sangue fino ad ammazzarlo anche un automobilista libico, davanti agli occhi della moglie. L’avevano fermato per un controllo, quando si sono accorti che parlava con l’accento della Cirenaica. Allora l’hanno costretto a scendere, intimandogli di baciare il poster del Colonnello. Quello s’è rifiutato ed è morto di botte. Il venerdì di preghiera, per fortuna, è filato via senza violenze. Si temeva che la tensione internazionale facesse esplodere ieri le moschee, con i Fratelli Musulmani impegnati nel tentativo di mobilitare le piazze e invece, a parte qualche tafferuglio scoppiato tra fedeli e polizia dalle parti di Tajura e Suk El Juma’a, non si contano vittime. Ma i venti di guerra ormai soffiano in lontananza. Muammar Gheddafi, intervistato dalla tv portoghese Rtp, è tornato apocalittico a modo suo: «Trasformerò in un inferno le vite dei Paesi che proveranno ad attaccarci, se il mondo è impazzito diventeremo pazzi anche noi. Che cos’è mai questo razzismo? Questo odio contro la Libia? Che cos’è questa follia?…» . Suo figlio Saif al Islam, il diplomatico, intervistato dagli americani di Abc, ha detto che «la Libia non teme la risoluzione dell’Onu, siamo nel nostro Paese e con la nostra gente, perché dovremmo temere?» . Duro, Saif: «Voi non aiuterete le persone, se attaccherete la Libia per uccidere i libici. Voi anzi distruggerete il nostro Paese» . Ma il figlio del Raìs ha confermato pure il cambio di strategia deciso repentinamente in base alle notizie che arrivavano da New York: «A Bengasi invieremo forze antiterrorismo per disarmare i ribelli, le forze governative invece accerchieranno la roccaforte degli insorti ma non entreranno in città  e si preoccuperanno soltanto di aiutare i civili che vorranno allontanarsi» . Prima, dunque, il motto era: «Bengasi stiamo arrivando» . Ora invece la parola d’ordine è un’altra: «Cessate il fuoco immediato» . Lo ha detto ieri dopo mezzogiorno, convocando all’Hotel Rixos i giornalisti stranieri, non un funzionario qua- lunque del regime, ma il temibile Moussa Koussa, una sfinge di uomo che fu a capo dei servizi segreti libici e ora ricopre la carica di ministro degli Esteri. La sua però non è stata una conferenza stampa, perché alla fine non ha voluto domande e dopo aver letto una dichiarazione al microfono se n’è andato via senza batter ciglio. Però quello che ha letto è lo stesso importante: «Cessate il fuoco e stop immediato alle operazioni militari in corso per proteggere i civili» . Proprio come ha chiesto Obama. Parole improvvise di distensione: «La Jamahiriya incoraggia l’apertura di tutti i canali di dialogo con chiunque sia interessato sul territorio» . E ancora: «La Libia, in quanto membro delle Nazioni unite, è costretta ad accettare la risoluzione dell’Onu» . Dunque, non più il rigetto aprioristico e sprezzante formulato nelle ore precedenti da Gheddafi. «In quanto Paese membro dell’Onu noi siamo anche obbligati a proteggere gli stranieri e i loro beni» , ha aggiunto poi il ministro vagamente ricattatorio, quasi a far intendere che il regime di Tripoli però potrebbe anche decidere un cambio d’atteggiamento, in caso di estrema necessità . Nella notte il vice ministro degli Esteri Khaled Kaaim ha accusato gli insorti di violare la tregua attaccando le forze filogovernative nella regione di Al Magrun, a sud di Bengasi. È davvero poco chiaro quello che sta succedendo. Moussa Koussa e il Colonnello sembrano il Gatto e la Volpe. L’uno alza quasi bandiera bianca e l’altro promette l’inferno. Mentre si diffondono ancora voci di bombardamenti su Misurata e Bengasi e di scontri a Zenten e Nalut, ma bisogna prenderle con le molle, l’insidia della propaganda da una parte e dall’altra è continua. Così vive Tripoli, aspettando le bombe Nato. Città  sotto stress per ventiquattr’ore, finché cala la sera e la benedizione di un vento dolce manda a dormire le palme e gli eucalipti. Guai a svegliarli con un rombo di tuono.


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