Giornata della collera l’11 marzo a Riyadh

Soffia forte nel Golfo il vento della rivolta araba che ha già  travolto i regimi di Tunisia, Egitto e Libia. Dopo le manifestazioni con morti e feriti in Bahrein e Yemen e le violente proteste, senza precedenti, in Oman, ora cominciano ad avere il fiato corto ad altri due regimi arabi storici alleati degli Stati Uniti: Arabia saudita e Kuwait. Centinaia di giovani sauditi, grazie anche a Facebook, stanno organizzando per l’11 marzo la «Giornata della rabbia» a Riyadh e in altre città  mentre oltre 100 intellettuali e attivisti hanno rivolto un appello a re Abdullah perchè vari riforme democratiche in un regno ultraconservatore dominato dal clero wahabita, dove è vietata qualsiasi organizzazione politica e vengono negati diritti fondamentali alle donne. «Vediamo prevalere nepotismo e corruzione, faziosità  esacerbata e aumentare il gap tra stato e società …il consenso del popolo è la sola garanzia di unità  e stabilità », hanno scritto 119 personalità  saudite, chiedendo di istituire subito una monarchia costituzionale.
Per scongiurare una rivolta l’anziano e ammalato re Abdullah qualche settimana fa ha varato misure per 35 miliardi di dollari a sostegno delle fasce più deboli della popolazione, ma nessuna riforma politica. Non è servito a molto. Il fermento arabo fa traballare anche il suo regno. E sta entrando in azione anche la minoranza sciita saudita (15% della popolazione), gravemente discriminata dal potere centrale. Giovedì il «Movimento giovanile sciita» scenderà  pacificamente in piazza a Safavi e Awamiya, provincia di Qatif, a est, per chiedere riforme politiche e la fine delle discriminazioni su base religiosa. Sarà  un’altra «Giornata della collera», durante la quale verrà  richiesta anche la scarcerazione dei prigionieri politici, la lotta alla corruzione e alla disoccupazione. I Saud tremano perchè la comunità  sciita è concentrata nella regione nordorientale dell’Arabia Saudita, dove si trovano le maggiori riserve petrolifere del paese.
Ma cominciano a sudare freddo anche gli emiri kuwaitiani. Ieri un gruppo di giovani che si è dato il nome di «Quinta Muraglia» ha chiesto che il contestatissimo premier, sheikh Nasser Mohammad al-Ahmad al-Sabah, lasci subito l’incarico. «La prima tappa è la creazione di un governo che sia capace di lottare contro la corruzione, garantire le libertà  civili e trovare soluzioni ai problemi della disoccupazione e della carenza di alloggi», hanno scritto i giovani su Facebook, convocando una manifestazione per l’8 marzo. Non si arrestano le proteste in Oman. Migliaia di manifestanti e operai ieri sono tornati in piazza a Sohar, città  a 200 km dalla capitale Muscat e sede di una importante raffineria di greggio. Per le autorità  domenica sarebbero morte due persone ma fonti mediche parlano di sei uccisi negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. A Manama, in Bahrein, sede della base della Quinta Flotta degli Stati Uniti, i manifestanti sciiti ieri hanno annunciato per venerdì una manifestazione con decine di migliaia di persone. Ambigua la posizione degli Usa, preoccupati di perdere una postazione strategica nel Golfo, davanti al «nemico» iraniano. A Manama si è precipitato nel weekend l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli stati maggiori Usa, per verificare la stabilità  dell’alleato modello, re Hamad bin Isa Al Khalifa. Né si placano anche le proteste in Yemen. L’opposizione rifiuta l’invito del presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da decenni, a formare un governo di unità  nazionale.


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