Gran Bretagna: aumentano i fondi alle ong, scoppia la polemica

REPORTAGE. Mentre l’economia inglese è in affanno, le Ong vedono aumentare i propri fondi. Dibattito aperto sui rapporti tra le agenzie internazionali e il mondo dell’informazione

Redattore Sociale Sergio Segio • 10/3/2011 • Terzo settore & Non profit • 210 Viste

LONDRA – Quando il ministro dell’Economia George Osborne lo scorso 22 ottobre ha annunciato, nel pieno della politica di tagli “lacrime e sangue” varata dal Premier David Cameron, un aumento del 37% dei fondi pubblici da devolvere agli aiuti internazionali, anche i tabloid conservatori come il Daily Mail hanno scatenato un polverone. L’accusa? Trascurare le famiglie britanniche in difficoltà  per rimpinguare le casse delle potentissime “aid agencies”, vere e proprie lobby in grado di spostare voti e stabilire priorità  politiche. Tra gli aumenti previsti dal governo, c’è quello riguardante il Dipartimento per lo sviluppo internazionale (Dfid), le cui risorse passeranno da 7,8 milioni di sterline a 11,5. “Non è solo la cosa giusta da fare, ma anche nell’interesse nazionale dell’Inghilterra” ha commentato un burocrate del Dfid. Entro il 2013 i Paesi più ricchi dell’Unione europea dovranno devolvere lo 0,7% del Pil ai Paesi in difficoltà  per soddisfare i requisiti del Millennium Development Goals (MDGs). La Gran Bretagna sarà , probabilmente, la prima a raggiungere questo obiettivo.

Ma cosa ne pensa David Cameron? E il resto della popolazione inglese? Sfoggerà  il solito understatement o lotterà  per le strade insieme agli studenti piagati dall’aumento delle tasse universitarie? L’economia inglese, intanto, arranca. Una flessione inattesa del Pil nel quarto trimestre del 2010 – dovuta, si dice, al dicembre più nevoso e freddo della storia recente dell’Inghilterra – ha risollevato interrogativi e dubbi sull’opportunità  di aumentare i fondi alle Ong. Macchine mangiasoldi o anelli di congiunzione fondamentali per i Paesi del Terzo Mondo? Inaffidabili dinosauri burocratici o efficienti istituzioni di aiuto e solidarietà ? La discussione è aperta, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il mondo dell’informazione. “Abbiamo alti e bassi, e riceviamo molte critiche, ma nel complesso c’è un ottimo rapporto con le ong, soprattutto con il responsabile delle emergenze e dei disastri ambientali. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro”, dice Fran Unsworth, a capo del settore “Newsgathering” della Bbc, che supervisiona e controlla centinaia di giornalisti dell’agenzia inglese in tutto il mondo. Una carriera tutta interna alla Bbc, quella della Unsworth, tra Radio 1, Radio 4 e affari interni. Improntata al senso di responsabilità  nei confronti dei telespettatori inglesi – i license payers – che si traduce nel tentativo di rendere interessanti anche le storie più complicate di chi spesso non ha voce. Con il consueto fiuto per la notizia, naturalmente, che non dovrebbe mai mancare in un servizio pubblico.
Una missione esemplare, quella della Bbc, ma spesso fraintesa dalle stesse Ong. Che domandano a gran voce, e spesso pretendono, reportage approfonditi, bilanciati, esaustivi. Confondendo spesso giornalismo e ufficio stampa. Tutto nasce da chi, come Andrew Hogg, un passato come news editor al Sunday Times e all’Observer e un presente come news editor di Christian Aid, ha un’anima bifronte. Hogg conosce benissimo i meccanismi editoriali che portano a scartare ciò che non fa notizia e ad accogliere a braccia disastri, alluvioni, pestilenze. “I media hanno la responsabilità  di riportare ciò che facciamo in maniera equa – sostiene – Il recente documentario della Bbc sulle Ong ad Haiti che hanno raccolto fondi ma fallito nel distribuire i beni alla popolazione era interessante, ma mostrava solo un lato della vicenda. Abbiamo diritto a un giusto trattamento”.

Ma la Bbc è criticata anche dai detrattori degli aiuti internazionali. Benjamin Chesterton, fotografo e regista, co-fondatore della casa di produzione di documentari “Duckrabbit” e del sito Internet “A developing story”, solleva numerosi dubbi sulla commistione media/Ong, in nome della trasparenza e dell’indipendenza dell’informazione. “Quando vedi un’intera galleria fotografica della Bbc con il copyright delle Ong l’autonomia dei media è compromessa – dice – L’obiettività  è fondamentale, ma stiamo cominciando a perderla perché le agenzie internazionali hanno troppa influenza sui media”. La Unsworth replica tranquilla che non è una firma a calce di una fotografia a stabilire il livello di trasparenza della Bbc. Ma in fondo un problema di affidabilità  si crea eccome: è giusto affidarsi ciecamente a scaltre macchine comunicative come le agenzie internazionali, che per stare a galla e sopravvivere hanno bisogno disperatamente dei media? Visibilità  significa fondi. Fondi significa progetti. È difficile essere obiettivi quando sei sul campo e sai che un servizio di 30 secondi su Bbc World Service può salvare vite umane.

Michael Green rincara la dose, forte del suo trascorso alla Dfid come direttore della comunicazione. Citarlo è come leggere un manuale di arguzia tipicamente anglosassone. “C’è una cospirazione benigna nell’élite politica per sostenere la questione degli aiuti internazionali fra l’opinione pubblica – dice – Prevedo una crisi di fiducia nel business degli aiuti internazionali. Parte del problema è appunto come coinvolgere le persone in questi argomenti complicati. Poi c’è la questione delle lobby delle Ong, che però stanno cominciando ad avvalersi di piattaforme online per aprirsi ad altri contributi. Come uno squalo deve stare vivo, le Ong devono comunicare per propagare il proprio marchio”. Secondo il sito dell’Eu Barometer, una sorta di cartina di tornasole delle preferenze dei cittadini europei, il 91% degli inglesi crede ancora che sia importante impegnarsi negli aiuti internazionali. Peccato che la percentuale di britannici che sostiene gli aumenti di Cameron sia ferma al 35 per cento. Il dibattito è più aperto che mai. (Gianluca Mezzofiore)

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