I movimenti discreti per «aiutare» il Raìs a lasciare la Libia

LONDRA — «Non v’è libertà  per l’uomo che vive in un’abitazione di un altro, sia in affitto o altro» , scrisse Muammar el Gheddafi nel suo Libro verde— Base politica della terza teoria universale. Era il millennio scorso. Allora si riferiva alla proprietà  delle case, non all’ipotesi di poter finire in esilio all’estero che da giorni si proietta sul suo futuro, seppure, almeno fino a ieri, più come un desiderio altrui che come una strada certa. Hillary Clinton a Londra ha annunciato che durante il suo prossimo viaggio a Tripoli e Bengasi l’inviato dell’Onu per la Libia, l’ex ministro giordano Abdelilah al-Khatib, proporrà  al Colonnello un cessate il fuoco e la sua uscita dal Paese. «Non sono sicura sul quando vedremo un cambio di atteggiamento in Gheddafi e in chi lo circonda. Come sapete ci sono molti contatti in corso» , ha affermato il segretario di Stato americano. Mentre in Libia tanti di quelli che a scuola sono stati costretti a imparare a memoria pagine di Libro verde vorrebbero tirargli il collo, il Colonnello ieri poteva concedersi una piccola consolazione. Anche se la «Guida della Rivoluzione» appariva prigioniero di una cella virtuale — stretto tra la rivolta antiregime, i bombardamenti aerei anglo francesi, ancora sanzioni internazionali — i margini di manovra erano limitati pure per la parte di mondo secondo la quale «Gheddafi e il suo regime hanno completamente perso legittimità » , come certifica la dichiarazione conclusiva della conferenza internazionale di Londra sulla Libia. È la permanenza del Colonnello al potere il vero ostacolo a una fine dei combattimenti, delle incursioni degli aerei stranieri e all’inizio di una fase diversa per una terra sottoposta per 41 anni alla sua dittatura. Ma se Barack Obama ha saggiamente ammesso che il cambio di regime non può comportare per gli Stati Uniti una nuova guerra come fu in Iraq per Saddam Hussein, come si fa a pretendere che Gheddafi sia incentivato a darsi alla fuga se la risoluzione 1970 dell’Onu, la prima delle due recenti sulla Libia, lo indirizza di fatto alla Corte penale internazionale per i crimini commessi ordinando di bombardare il suo popolo? Ci sono movimenti in corso, sebbene gli esiti siano ancora incerti. Un segno strano di questi l’ha intercettato in Tunisia la tv araba al Jazeera scoprendo che ieri si trovava lì Musa Kusa, il ministro degli Esteri del Colonnello, per anni capo del servizio segreto libico. La Farnesina ha smentito subito le voci secondo le quali Kusa si preparava a fuggire in Italia. Ma che cosa spingeva oltrefrontiera un ministro che deve avere una certa fatica a girare adesso per il mondo? Defezione individuale? Consegna di messaggi? Ricerca di un salvacondotto per il «Leader» ? «Queste cose per avere successo devono essere fatte con discrezione» , diceva a Londra sull’esilio il ministro degli Esteri Franco Frattini, uno dei più attivi nel dichiararsi favorevole a una partenza del Colonnello, appena le domande dei giornalisti entravano nei dettagli. Era stato il titolare della Farnesina a indicare l’Unione africana come possibile fautrice della soluzione. È degno di nota che Gheddafi, autoproclamatosi «re dei re» quando ne era il presidente, ieri abbia dichiarato: «Lasciate che sia l’Unione africana a gestire la crisi, la Libia accetterà  tutto quello che l’Ua deciderà » . Dei 54 Stati dell’Africa, sono 23 quelli che non rientrano tra i 114 Paesi che hanno firmato il trattato sul quale si basa la Corte. Tra i non aderenti, figurano non soltanto Zimbabwe e Sudan, ma anche Paesi arabi vicini alla Libia: Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto. Frattini, che con un segno non certo di riguardo per il governo britannico ha convocato i giornalisti italiani durante la conferenza stampa finale del vertice, doveva andare oggi a Washington da Hillary Clinton. L’appuntamento è saltato. Sarà  il 6 aprile. Chissà  a che stadio sarà  allora l’incognita Gheddafi. M


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