La battaglia di Algeri per la casa

La repressione non ha fermato le sollevazioni tunisine ed egiziane, come la follia assassina di Gheddafi non è riuscita a fermare gli insorti libici. Il governo algerino, però, non deve comunque cantar vittoria. Lontani dai fuochi dell’attualità  internazionale, i giovani algerini giocano il proprio ruolo nella «primavera araba» che agita il mondo. È proprio in Algeria, infatti, che il fenomeno delle rivolte è più radicato e da svariati anni, tanto da diventare un tema abitualmente affrontato nei dibattiti sulla stampa e nei circoli degli intellettuali. Nel maggio 2008 la retrocessione in serie B della squadra di calcio di Oran ha scatenato tre giorni di sommosse che hanno coinvolto l’intera città . Nel 2009 la stampa algerina ha segnalato almeno una trentina di scontri a livello locale. Sui quarantacinque del 2010, cinque hanno avuto origine dalla morte di un giovane per mano o per effetto della repressione della polizia. Questo scenario ricorre in tutto il mondo e sappiamo che si tratta della miccia che ha incendiato la rivolta tunisina il 17 dicembre scorso. La singolarità  algerina risiede nel fatto che circa la metà  di queste ribellioni sono causate dal problema degli alloggi. Lo sgombero di un edificio occupato abusivamente o di una bidonville (El Tarf a dicembre, Annaba e Constantine a marzo), il numero insufficiente di case popolari, la mancanza di trasparenza nell’assegnazione degli alloggi: questi sono i motivi della collera. Il problema tocca particolarmente Algeri e le sue periferie così come la città  vecchia di Diar Echems, costruita prima dell’indipendenza, divenuta una baraccopoli. Insorti contro la distruzione delle baracche «abusive» il 19 e 20 ottobre 2009, i residenti avevano ottenuto un negoziato e la promessa di un nuovo alloggio. Poiché a febbraio 2010 la promessa non era ancora stata mantenuta, si erano appellati con forza alle autorità . Malgrado l’assegnazione di nuove case a 200 famiglie, il ritardo della burocrazia ha dato fuoco alle polveri a fine settembre. Ad Algeri, Constantine e Annaba la rivolta è divenuta una modalità  usuale di contestazione contro l’insufficiente politica urbanistica e per il sospetto di corruzione che l’accompagna. All’interno di questo contesto è intervenuto, a gennaio, il forte rialzo dei prezzi dei prodotti di prima necessità . Tra il 4 e il 10 gennaio l’Algeria ha contato un numero di sommosse pari a quelle registrate nel 2010. Algeri, Oran, Annaba, Constantine, Mostaganem, Tizi Ouzou, Ouargla: tutti i principali centri urbani sono stati coinvolti, nell’intero Paese. Alcune città  sono rimaste in ebollizione per molti giorni consecutivi. Come in Tunisia, che in quel momento stava vivendo la sua terza settimana di rivolta, il web, Facebook e Twitter hanno assunto un ruolo molto importante all’interno delle mobilitazioni. Eppure questa ampia rivolta ha registrato appena quattro morti e fondamentalmente non riesce a minare un regime che prende delle misure per tamponare la crescita dei prezzi. La mobilitazione di sapore più politico convocata per il 22 gennaio dalle forze di opposizione si è rivelata un flop. Eppure l’Algeria non ritrova la calma. Ad un certo punto la rivolta si è espressa con una modalità  individuale e fatale: il 14 gennaio un ragazzo di 26 anni si è immolato dandosi fuoco nel pieno centro di Jijel. Il 15 è stato il turno di un giovane di 27 anni a Tebessa e di un terzo, 24 anni, a Mostaganem. Il 16 gennaio un disoccupato di 37 anni è morto nel reparto grandi ustionati dell’ospedale Ibn Rochd di Annaba, in seguito alle ferite che si era autoinflitto. Il 12 era stato un uomo di 41 anni, padre di sei figli, a subire la stessa sorte. Nonostante quest’ultimo avesse un impiego, era stata l’impossibilità  di ottenere una casa popolare a spingerlo nella disperazione. La macabra serie è continuata la settimana seguente a Ghardaia (un ragazzo di 23 anni), El Oued (disoccupato di 36) così come a Mascara dove un giovane venditore ambulante ha fatto la stessa fine d Mohamed Bouazizi (il tunisino che si è dato fuoco, NdT) a Sidi Bouziz il 17 dicembre. All’inizio di febbraio, mentre l’attenzione del mondo era concentrata sulla vittoria della mobilitazione egiziana, il ciclo delle rivolte ha ripreso velocità . La stampa algerina ne ha segnalate oltre venti in un mese. Alcune sono state particolarmente violente. Il fallimento della politica degli alloggi statali rimane un tema molto sensibile (Ad Abkou, Mssergine, Annaba o Mostaganem). Oran ha conosciuto un tentativo di occupazione abusiva di terreni e alloggi, oltre al tentato suicidio con il fuoco il 6 febbraio (a Hai Chahid Mahmoud). Ora, però, è chiaramente la disoccupazione giovanile a polarizzare lo scontro: a Naciria (8 e 12 febbraio), Annaba (il 13), Tizi Ouzou (il 13), El Bouni (il 27), Bous Smail (27 febbraio e 1 marzo), Mascara (2 marzo), Zahana (2 marzo). La decisione di porre fine allo stato d’allerta (che era in vigore dal 1992), il 23 febbraio, non ha cambiato nulla nei rapporti tra gli algerini e i loro governanti. Se la contestazione, contrariamente a quanto accade negli altri paesi, non si concentra sul regime e sulle libertà , il faccia a faccia rimane comunque violento. Anche senza lo stato d’allerta, rimane la «Hogra». Così gli algerini chiamano la miscela di disprezzo e brutalità  che rimproverano alle autorità  sovente sospettate, se non impregnate, di corruzione, nei confronti dei rivoltosi di Toumiate (Skikda), il 6 febbraio, che reclamavano semplicemente la riqualificazione della strada principale del villaggio e alloggi popolari, e protestavano contro l’inquinamento che da quattro mesi avvelena l’acqua utilizzata dalla popolazione. Meno spettacolare delle rivoluzioni dei gelsomini e del Nilo, la protesta algerina disegna un contenzioso tra un popolo e il suo Stato che è condiviso, bel al di là  delle frontiere, dai popoli del Maghreb e molti altri ancora. Quale che sia il regime politico


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