La Nato «studia» l’opzione militare

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha lanciato ieri un monito chiaro al Colonnello libico. Non siamo ancora alla conferenza di Rambouillet, febbraio ’99, il cui fallimento programmato portò all’intervento della Nato contro la Serbia di Milosevic. E neanche all’intervento ai Comuni di Tony Blair, settembre 2002, sulle armi di distruzione di massa di Saddam «pronte all’uso in 45 minuti» o al discorso del segretario di Stato Colin Powell in Consiglio di sicurezza, febbraio 2003, in cui sbandierava la fialetta piena di una polvere bianca (l’«antrace» del raìs iracheno), che servirono a far digerire all’Onu la guerra contro l’Iraq. Ma l’accenno di Rasmussen all’intervento umanitario contro la Libia di Gheddafi è un segnale, anche se alla Casa bianca ora non c’è più George W. Bush ma un Barack Obama che sembra più restìo a gettarsi in una nuova avventura nell’area esplosiva (e non solo per il petrolio) del Mediterraneo, del Nord Africa e del Medio Oriente, ma che ieri si è subito affiancato a Rasmussen: attento Gheddafi, «la Nato studia l’opzione militare». Un segnale inquietante perché le esperienze precedenti mostrano che quando la grande macchina della «guerra umanitaria» si mette in moto, poi fermarla risulta difficile se non impossibile. Per quello che si può vedere e capire la situazione da Tripoli, il regime di Gheddafi è, in questa fase almeno, molto attento a evitare attacchi «sistematici» contro i civili. Tanto per dire, l’accanita battaglia per il controllo di Az Zaywah, la città  a una cinquantina di km dalla capitale – unico centro conquistato dagli insorti a ovest di Tripoli -, sembrava conclusa domenica con il suo ritorno nelle mani dei governativi con un bilancio probabile, secondo testimoni oculari, di 13 insorti e 4 governativi uccisi. E l’offensiva delle forze gheddafiste su Ras Lanuf, in Cirenaica, diretta a fermare l’avanzata degli insorti dell’est verso la parte occidentale del paese, è continuata ieri con un raid aereo che avrebbe fatto tre vittime. Controllare la veridicità  di queste notizie e di questi numeri è praticamente impossibile perché la guerra fra le due Libie oltre che sul campo di battaglia si svolge sul quello della propaganda. Dove si levano voci – il più delle volte venute da fuori – sono impossibili da verificare per chi è qui, da una parte o dall’altra del fronte. Al massimo possono sembrare verosimili e possibili o improbabili e campate in aria. In questo novero entrano due voci circolate qui ieri, diffuse da due giornali arabi stampati a Londra: quella di al-Sharq al-Awsat secondo cui Gheddafi avrebbe proposto il suo esilio al Consiglio nazionale di Bengasi in cambio dell’impunità  per lui e la sua famiglia (campata in aria all’apparenza); e l’altra di Libya al-Youn secondo cui un cadavere decapitato trovato in una città  della Cirenaica controllata dagli insorti sarebbe quello di Abdullah al-Senussi, il potente capo dell’intelligence militare di Gheddafi (improbabile però non si sa mai). Al di là  della guerra guerreggiata e di quella psicologica con le loro oscurità , alcuni elementi sono chiari e procedono su un doppio binario. Il primo è l’offensiva militare delle forze gheddafiane, che però non sembra un’offensiva a oltranza ma diretta piuttosto a esercitare pressione sugli insorti evitando attacchi indiscriminati che potrebbero far precipitare la situazione internazionale e mandare subito all’aria il secondo binario su cui sembra muoversi Gheddafi: quello diplomatico. Ieri il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha nominato l’ex-ministro degli esteri giordano Abdelilah Al-Khatib suo inviato speciale per la Libia ed è arrivata qui a Tripoli la prima missione Ue, guidata dall’italiano Agostino Miozzo, ufficialmente per verificare la situazione dei cittadini dell’Unione ma forse anche per guardarsi un po’ intorno e dare un segnale di vita. La settimana prossima dovrebbe arrivare una delegazione dei paesi dell’Alba, il gruppo di paesi che fanno capo a Hugo Chavez per vedere se la proposta del presidente venezuelano di formare una commissione internazionale (forse guidata dall’ex presidente brasiliano Lula da Silva) ha qualche chanche o se è velleitarismo puro. Gheddafi, che finora ha molto lamentato il fatto di essere stato condannato dall’opinione pubblica internazionale e castigato con le sanzioni dal Consiglio di sicurezza dell’Onu solo sulla base di «media reports», dovrebbe accogliere con soddisfazione questi visitatori. Il ministro degli esteri libico Moussa Kusa ha dato subito l’ok per l’arrivo prossimo di un team delle Nazioni unite che dovrà  verificare la veridicità  delle accuse e degli orrori denunciati. Finalmente.


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