L’orologio dei grandi in ritardo sulle sfide del mondo arabo

Ma la caduta di Bengasi, cuore della ribellione anti-Gheddafi, è questione di ore, non di giorni. Se anche i «tempi rapidissimi» venissero rispettati, le misure della comunità  internazionale scatteranno quando non ce ne sarà  più bisogno, perché non ci saranno più insorti da difendere. Il vertice di Parigi si è concluso con ragionevoli dichiarazioni di multilateralismo e con la chiamata in causa della Lega Araba. Diplomaticamente ineccepibile. Solo che un Gheddafi definito «dittatore sanguinario» — e invitato ad andarsene dagli stessi occidentali — sta ristabilendo ormai il suo potere, e tornerà  a essere un interlocutore obbligato. Tutto come prima quindi, a parte qualche migliaio di libici uccisi e l’imbarazzo di dovere fare i conti, di nuovo, con il tanto disprezzato «tiranno di Tripoli» . Dopo gli errori e le distrazioni dei mesi scorsi, stavolta la Francia aveva provato a giocare d’anticipo. Lo ha ricordato ieri con un sorriso amaro lo stesso Alain Juppé, il ministro degli Esteri: «In Tunisia ed Egitto siamo stati rimproverati per esserci mossi troppo tardi. Con la Libia volevamo agire in modo diverso» , ed ecco le accuse di avventatezza. La scorsa settimana Parigi ha proposto— un po’ scompostamente— una «no-fly zone» o raid aerei mirati. Germania e Russia, come l’Italia, si sono opposte, per varie e motivate ragioni. «Ora è tardi, abbiamo perso l’occasione di ristabilire l’equilibrio a favore degli insorti» , ha riconosciuto ieri Juppé. Non si tratta di fare i «guerrieri da poltrona» , secondo la felice espressione usata da Ian Buruma per indicare chi, al riparo dalle responsabilità , può invocare con leggerezza interventi armati; ai Grandi non si chiedeva di esportare la democrazia a colpi di cannone, ma lo sforzo di immaginazione capace di aiutare un popolo libico già  in lotta. Invece restiamo inchiodati all’alternativa tra idealismo velleitario e realpolitik. «Un carro armato sarà  sempre più veloce della diplomazia» , ha spiegato ieri con franchezza il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, mentre le truppe di Gheddafi riconquistavano Ajdabiya.


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