Ma trattare con Gheddafi indebolisce gli shabab

BENGASI – E gli automezzi carichi di munizioni e viveri, e le armi automatiche, mitragliere e lancia razzi, che si lasciano alle spalle sono segni concreti di un fuga, e non di una ritirata strategica, come affermano i portavoce di Tripoli. In poche ore, da quando hanno dovuto abbandonare Ajdabiya, la città  che sembrava imprendibile a centosessanta chilometri da Bengasi, le truppe lealiste sono state costrette ad allontanarsi precipitosamente dalla Cirenaica in rivolta, della quale stavano per riprendere il controllo. Gli shabab, i ragazzi delle bande ribelli, sono entrati nella tarda mattina di ieri a Ras Lanuf, l’importante centro petrolifero, dopo avere occupato Brega ed altre due località  minori. Più che una battaglia è stata una corsa di almeno trecento chilometri. La strada costiera sembra quella di una città  all’ora di punta. Colonne di autocarri e camionette made in Japan corrono verso Ovest, portando ribelli che sparano per aria in segno di vittoria, E adesso l’obiettivo più ambizioso è la provincia della Sirte, dove è nato Gheddafi, e dove si trova la sua tribù d’origine. Quando covava grandi sogni, il colonnello voleva fare del modesto capoluogo la capitale degli Stati Uniti d’Africa. Se i suoi soldati dovessero abbandonarlo, sarebbe per lui una dura umiliazione. Questa cronaca, con accenti in apparenza trionfalistici, deve essere accompagnata da un’analisi assai meno ottimista. Comunque ricca di incognite. La situazione si è rovesciata perché la dinamica degli interventi aerei della coalizione, in particolare quelli francesi e inglesi, è cambiata. Si è intensificata e inasprita. Gli attacchi non hanno più come bersagli l’aviazione e gli altri mezzi militari impegnati a colpire o a minacciare la popolazione civile. Questo è accaduto in generale all’inizio dell’operazione no-fly zone. Poi sono state prese di mira le truppe a terra. E’ quel che è accaduto ad Ajdabiya. I soldati di Gheddafi erano asserragliati nella città  con i loro carri armati e tenevano a distanza con qualche razzo o tiro di mortaio gli shabab non abbastanza armati per promuovere un vero assedio. Gli aerei della coalizione sono intervenuti e hanno ridotto al silenzio con i loro missili l’artiglieria e i mezzi blindati dei gheddafisti. I quali sono stati costretti ad abbandonare la città , dove gli shabab sono entrati quando era praticamente vuota. Senza l’appoggio degli aerei francesi e inglesi sarebbero rimasti inchiodati alle porte di Ajdabiya. Con i loro poveri kalasnikov e qualche vecchia mitragliatrici non avrebbero potuto fare altro. Molto più a Ovest, non lontano da Tripoli, nella città  portuale di Misurata un coraggioso gruppo di shabab tengono testa ai gheddafisti. La sorte di quella città  isolata dove si combatte da settimane tiene in ansia i libici dei due campi. Da alcune ore gli aerei francesi scaricano missili sui gheddafisti. Il loro è un appoggio diretto agli shabab, che lo meritano. L’interpretazione della risoluzione dell’Onu lascia aperto un ampio campo d’azione. L’obiettivo della no-fly zone è di proteggere i civili. Ma l’intero apparato militare di Gheddafi è destinato a reprimere la popolazione insorta in febbraio contro la dittatura del raìs di Tripoli. Quindi l’attività  degli aerei della coalizione può, o deve, essere implicitamente estesa a tutte le forze armate lealiste. Comprese quelle di terra al momento non impegnate contro la popolazione civile. Sul terreno la nuova dinamica adottata da francesi e da inglesi interpreta la risoluzione del Consiglio di Sicurezza in senso lato. In breve: per proteggere la popolazione civile bisogna eliminare l’apparato militare di Gheddafi. E questo implica la messa fuori gioco dello stesso Gheddafi. Ogni eventuale trattativa deve condurre non solo all’allontanamento di Gheddafi, al suo esilio, quindi alla sua definitiva messa fuori gioco, ma anche allo smantellamento di quel che resta del suo regime. Poiché i successori, i figli o gli stretti alleati tribali, potrebbero facilmente ripartire alla riconquista della Libia perduta, una volta che questa non fosse più protetta dalla coalizione, tra poche ore affidata alla direzione militare della Nato. La ribellione, che ha la sua sede a Bengasi, ha bisogno di tempo per creare le necessarie strutture politiche e un esercito in grado di competere con quello di Tripoli, sia pur dimezzato. Un portavoce della Nato ha previsto che la no-fly zone potrebbe durare tre mesi. Sembrano molti, ma non mi paiono sufficienti. Bengasi conta su un intervento più forte della coalizione. Soprattutto nei prossimi giorni e settimane, quando i suoi shabab, avvicinandosi ai capisaldi occidentali di Gheddafi, dovranno affrontare una resistenza ad oltranza, e l’impegno di Mirages, Rafales e Tornado, e dei missili americani, saranno essenziali, come lo sono stati del resto nell’ultima settimana. Finora la guerra civile si è svolta sulla striscia di terra che si stende tra il Mediterraneo e il deserto, nelle rare città  distanti una dall’altra spesso centinaia di chilometri. Le battaglie calano dal cielo, come nell’Apocalisse. E si spandono in un paesaggio per lunghi tratti vuoto, lunare. Sono micidiali e irreali. Il cronista che ha seguito per decenni le tragedie arabe, che ha raccontato le vicende dei raìs avidi o generosi, crudeli o illuminati, odiati o amati, ma sempre subiti dalla loro gente, stenta a seguire con freddezza professionale questa insurrezione araba. Anche se ha imparato a detestare la violenza, come un chirurgo il cancro che cura, gli capita di vedere negli shabab dei paladini in lotta contro l’ingiustizia e il despotismo. Paladini disordinati, confusi e chiassosi, spesso armati di solo entusiasmo, in marcia sulla lunghissima, interminabile strada per Tripoli, dove forse non arriveranno mai.


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