Microcredito, Berrini (CreSud): “Il tasso giusto è tra il 30 e il 40%”

ROMA – Nel suo libro “Quattrini” pubblicato nel 2009, Andrea Berrini, fondatore e presidente della società  per azioni CreSud che da oltre 10 anni sostiene progetti di microfinanza nel sud del mondo, sottolinea l’importanza del microcredito tra gli strumenti di lotta alla povertà . E per rendere l’idea cita dei numeri: considerando che oggi i microimprenditori che beneficiano di piccoli prestiti sono circa 150 milioni e calcolando i membri delle loro famiglie, possiamo concludere che oggi beneficiano del microcredito quasi un miliardo di persone. Tuttavia l’autore parla anche delle sconfitte del microcredito, sottolineando in particolare quanto possa essere sbagliata la “logica del dono”. Al fondatore della finanziaria CreSud – che offre risorse a condizioni sostenibili a istituzioni di microfinanza ed associazioni di produttori in America Latina, Africa ed Asia – abbiamo chiesto di analizzare le critiche rivolte negli ultimi mesi a uno strumento finora oggetto quasi esclusivamente di lodi.

Il microcredito, è stato recentemente oggetto di numerose critiche, in primo luogo quella di non aver raggiunto lo scopo di sconfiggere la povertà . Cosa ne pensa?
Ho sempre detto che il microcredito è come l’acqua: è  sempre buona ma quando viene usata per generare un profitto piuttosto che per fornire dei servizi, ecco che presenta dei problemi. Il microcredito di certo non è la panacea per alleviare la povertà  delle persone ma è un diritto. Credo che il suo grande risultato a livello internazionale è quello di aver consentito a 150 milioni di persone appartenenti alle fasce più povere della popolazione, di accedere a un servizio al quale accedono di solito i ricchi e quindi di inserirli dentro un circuito di economia globale dal quale prima erano esclusi. Diverse società  di microcredito sono state accusate di essere alla ricerca di profitto e di mettere in gravi difficoltà  i piccoli risparmiatori. Quando quindici anni fa, il microcredito ha cominciato a svilupparsi, ne beneficiavano solo sei milioni di persone e ad erogarlo erano soprattutto Ong o micro-banche fondate da associazioni, che già  avevano la vocazione di occuparsi del disagio economico delle fasce più povere della popolazione. Quando si è visto che funzionava e che è conveniente farlo,  è diventato una pratica anche degli operatori finanziari tradizionali. Ciò non è sbagliato in sè, ma bisogna vedere come viene fatto. Per esempio, in Messico alcune società  private, in particolare una molto grande che si chiama “Compartamos”, offrono microcredito a tassi di interesse che arrivano al 100%. Si può anche criticare il fatto che in alcuni paesi, come in India, sia stato il sistema bancario tradizionale a occuparsi fin da subito del microcredito: la relazione che la banca tradizionale ha con il microimprenditore moroso non è attenuata da una vocazione sociale ma è puramente tecnica. Questo ha portato parte della popolazione indiana a contestare il microcredito.

Quali sono le conseguenze di tassi di interesse tanto alti?
In realtà , anche con società  come Compartamos, non vi sono gravi conseguenze, perchè i creditori continuano ad aumentare e restituiscono quanto hanno avuto in prestito, anche se noi riteniamo quello un tasso di interesse troppo alto. Però voglio sottolineare che tutte le volte che in un paese del sud del mondo ho chiesto a un utente se preferisse avere un tasso di interesse minore o una maggior quantità  di denaro in prestito, la risposta è sempre stata per una maggior quantità  di denaro al tasso di interesse più alto. Il tasso dipende anche dalle condizioni dell’economia locale. Noi riteniamo che un tasso giusto sia tra il 30% e il 40% annuo. Bisogna pensare che il tasso è la risultante dei costi che ha la società  di microfinanza. L’attività  di microcredito in un paese del sud del mondo è molto più costosa di quella di fare credito nel nord del mondo: un operatore bancario in Italia ha una grossa clientela cui presta decine di migliaia di euro per volta e lavorando su grandi cifre il suo costo risulta molto basso. Invece noi abbiamo operatori di microcredito che devono arrampicarsi in motocicletta in cima a una montagna e visitare cinque villaggi diversi per un totale di 80 clienti ai quali versano 50 dollari per volta. Tutto ciò è evidentemente molto costoso.

Il microcredito si sta diffondendo anche nel nord del mondo. Cosa ne pensa?
La nostra opinione sul microcredito nel nord del mondo è negativa. Riteniamo che le stesse metodologie che richiedono un vasto apparato di operatori finanziari che prestano piccole cifre a un numero ridotto di persone, con l’obbligo di portare avanti anche un’attività  di appoggio alla microimpresa, non possano essere sostenibili al nord. Qui un tasso del 15 o del 20% annuo già  è rende impossibile la restituzione del prestito. Solo questo fa cadere i presupposti del microcredito nel nord. Credo che spesso venga utilizzato un termine molto in voga per definire delle operazioni che poi sono banali operazioni di credito al consumo o a piccole imprese. In Italia ci sono solo due veri esempi di microcredito. Uno fa riferimento alla società  Permicro, meritoria ma non sostenibile economicamente. L’altro è un esperimento di Banca Etica tra i terremotati d’Abruzzo. In entrambi i casi si tratta di attività  sussidiate, non sostenibili economicamente. (Ludovica Jona) (vedi lancio successivo)

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