Pugno di ferro del re, la polizia spara sulla folla

Sharif è un sunnita ma si batte per la realizzazione dei diritti negati dalla monarchia alla maggioranza sciita e per l’instaurazione di un sistema democratico in Bahrein. Ma il monarca assoluto Hamad bin Ali al Khalifa ormai ha deciso di mettere a tacere qualsiasi voce di dissenso, anche tra i sunniti. Dopo aver spento nel sangue, con l’aiuto dei soldati sauditi e dei poliziotti degli Emirati entrati lunedì nel Bahrein in risposta al suo appello al Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), il re ha ordinato l’arresto per Sharif e per altri cinque leader dell’opposizione. Gli uomini dei reparti speciali hanno messo le manette, fra gli altri, ad Hassan Mushaima del partito radicale sciita Haq e a Abdel Wahhab Hussein, del Wafa. Tutti gli arrestati hanno partecipato, assieme al Movimento dei giovani del Bahrein, alle proteste in Piazza della Perla cominciate il 17 febbraio, il giorno della strage di sette manifestanti compiuta dalla polizia. Il bilancio della repressione tra febbraio e marzo è di almeno 15 dimostranti uccisi e di altre centinaia di feriti (morti anche tre poliziotti, investiti da auto in corsa). Ieri, per tutto il giorno, reparti speciali e truppe saudite hanno provato a prendere il controllo di vari sobborghi sciiti della capitale, le ultime sacche di resistenza popolare alla repressione. Ma la scure della monarchia Khalifa si è abbattuta anche sull’ospedale Salmaniya dove sono affluiti centinaia di feriti nei giorni scorsi. Da tre giorni forze di sicurezza assediano il complesso sanitario. Un situazione insostenibile che ha spinto l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay a denunciare gli assalti al Salmaniya, in violazione della legislazione internazionale. Una denuncia analoga è giunta dalla Croce rossa. La feroce repressione delle proteste in Bahrein, continua tenere in ebollizione l’intero Golfo e fa temere l’inizio di scontri tra sunniti e sciiti. Iran e Arabia saudita sono di nuovo ai ferri corti. Tehran ha richiamato il suo ambasciatore a Manama, per protestare contro l’invio da parte di Riyadh di truppe a sostegno della dinastia Khalifa, e si è rivolta all’Onu. La monarchia saudita però resta sulle sue posizioni. Puntellando il dominio sunnita in Bahrein, i regnanti sauditi sono convinti di limitare l’influenza iraniana nel Golfo. Il giudizio però non è unanime tra gli emiri e re della regione. Il Kuwait ha negato di avere suoi soldati a Manama e, attraverso la stampa araba, fa sapere che non li invierà  in futuro. Incerta la reazione degli Stati uniti, che in Bahrein hanno la base navale della V Flotta. Barack Obama ha raccomandato «la massima moderazione» ai regnanti nell’area del Golfo schierati con il re del Bahrein. Washington però si guarda dal fare la voce grossa e ha inviato a Manama il sottosegretario di stato Jeff Feltman, ex ambasciatore in Libano, noto per la sua avversione ad Hezbollah e all’Iran. Senza dimenticare che le monarchie e gli emirati del Golfo oltre a fornire a Washington basi militari strategiche, sono tra i principali acquirenti degli armamenti made in Usa. L’agenzia UPI sottolinea che le armi (aerei da combattimento, carri armati, blindati, sistemi elettronici) per 123 miliardi di dollari acquistate negli ultimi due anni da vari paesi arabi (67 miliardi solo l’Arabia saudita), terranno in vita l’industria bellica statunitense per almeno un decennio.


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