“Attenti al congelamento dei fondi sovrani”

ISTANBUL – Il Tesoro ha convocato per oggi il comitato sulla sicurezza finanziaria in Italia per fare il punto sul possibile congelamento degli investimenti libici in Italia. Ma Giulio Tremonti mette in guardia contro scelte avventate sullo scacchiere mediorientale («la democrazia non si esporta come McDonald’s») e – senza riferirsi direttamente al caso di Tripoli – agita lo spettro di possibili ritorsioni sotto forma di un ritiro degli investimenti dei fondi sovrani. Quei miliardi di dollari da Qatar, Bahrain, Abu Dhabi, Libia e Dubai che solo tra il 2007 e il 2008, in piena crisi finanziaria, hanno puntellato i conti delle grandi banche internazionali con un salvagente dal valore di 21 miliardi di dollari. «Siamo davanti a fenomeni di portata enorme – ha detto il ministro dell’Economia al convegno di Aspen Italia a Istanbul – E la costruzione della democrazia nel Mediterraneo va fatta nei modi appropriati. Noi vogliamo bloccare i fondi di alcuni di quei paesi. Pensate se loro facessero il contrario». Il caso della Libia e di Gheddafi? «L’Italia ha già  applicato le sanzioni Onu – ha detto il titolare del dicastero di via XX settembre – . E discute in sede europea l’eventuale congelamento degli investimenti». Il comitato guidato da Vittorio Grilli previsto per oggi (anche se dal Tesoro non arrivano conferme) dovrebbe tradurre in decisioni operative proprio le scelte di Bruxelles che chiedono il congelamento dei beni personali della famiglia del Colonnello. Un compito non proprio notarile dato che nel caso specifico bisogna decidere il destino del 7,5% di Unicredit (valore ben oltre i 3 miliardi), del 2% di Finmeccanica e del 7,5% della Juventus (più partecipazioni minori in Eni, Fiat e forse Enel). Quote che fanno capo alla Lybian Investment Authority, alla Lafico e alla Banca centrale di Tripoli, entità  che per la Casa Bianca sono sinonimo di Gheddafi ma che formalmente non fanno capo a lui. Tremonti, a fianco del responsabile dell’economia di Ankara, il 44enne Ali Babacan, ha stilato la sua lista di priorità  per la crisi del Maghreb e del Golfo, un corto circuito destinato secondo lui a contagiare anche l’Asia («dove ci sono disuguaglianze eccessive sono fenomeni inevitabili») con il rischio di innescare una fiammata dell’estrema destra xenofoba in Europa. «A muoversi devono essere il G20 e l’Ocse – ha detto il ministro – L’Europa può attivare finanziamenti con la Bei ma costruendo una sussidiaria ad hoc nel Mediterraneo e non da Lussemburgo». Poi servirebbe un progetto di destinazione volontaria dell’Iva a Ong che operano e investono in questi paesi perché i soldi ai governi dell’area «o vanno in armi o in Svizzera». Tremonti è tornato ad attaccare la speculazione, responsabile di quell’impennata sui prezzi del cibo che ha fatto da innesco a molte delle rivolte del nord-Africa: «Lì il prezzo del pane non è questione di carovita, ma semplicemente di vita». Un argomento che, per una volta, lo vede in sintonia con il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che a Parigi ha ribadito ieri che la riforma finanziaria deve essere completata e che bisogna riscrivere le nuove regole a livello sovranazionale senza campanilismi. E ha anche detto che mantenere i tassi bassi sarebbe un fattore di rischio La crisi libica intanto, continua a tenere sotto pressione il prezzo del petrolio, ieri a quota 116. Resta in quota pure l’euro tornato a flirtare con quota 1,4.


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