“Pesci contaminati dallo iodio ecco tutto quello che rischiamo”

ROMA – Prima l’ammissione di livelli di radioattività , all’interno della centrale di Fukushima, 100 mila volte sopra la fascia di rischio considerata accettabile per i tecnici che lavorano in un’emergenza nucleare. Ieri la conferma dei danni alle barre di combustibile, evidenziati dalle tracce di plutonio, e di una contaminazione del mare. Con che effetti? «Davanti alla centrale di Fukushima, in un’area di circa 30 chilometri, è stato già  raggiunto il limite che fa scattare il blocco delle importazioni di pesce», risponde Roberta Delfanti, responsabile dell’attività  di monitoraggio dell’Enea. «Siamo dunque in una situazione critica, anche se c’è da tener presente che il mare ha un grande potere di diluizione». Il mare diluisce i radionuclidi, la centrale continua ad emetterli. La differenza rispetto a Cernobyl è che questo incidente non è finito, dura da più di tre settimane e l’allarme non si attenua. Qual è il rischio maggiore per il mare? «Il rischio maggiore è legato alla possibilità  di un peggioramento della situazione. Se un’esplosione facesse saltare lo scudo d’acciaio che contiene il cuore del reattore si avrebbe un picco drammatico di radioattività . Ma non voglio immaginare uno scenario così terribile». La fotografia dell’oggi che problemi comporta dal punto di vista marino? Dove va a finire la radioattività ? «Le correnti la trasportano verso Sud e verso l’America, ma man mano che ci si allontana dalla costa giapponese la radioattività  diminuisce». Quali sono le specie più a rischio? «Nell’immediato gli effetti maggiori si riscontrano nei molluschi: organismi come le cozze o le ostriche, che filtrano l’acqua, finiscono per accumulare i radionuclidi. Nel medio periodo invece il problema riguarda i grandi pesci al vertice della catena alimentare marina che sono più esposti perché la contaminazione tende ad aumentare man mano che gli animali più piccoli vengono mangiati dai predatori». Che livelli di concentrazione sono stati trovati fino ad oggi nei pesci dell’area vicina a Fukushima? «Si è arrivati a 600 becquerel al chilo nelle carni dei pesci. E’ il limite a cui l’Europa ha fissato il divieto di importazione, il limite che fa scattare ufficialmente la contaminazione». C’è possibilità  che questi pesci finiscano lo stesso sulla nostra tavola? «Direi di no. Innanzitutto parliamo di un’area piuttosto ristretta e poi è Tokyo che compra il pesce mediterraneo». Quali sono i radionuclidi trovati? «Soprattutto cesio, che ha un tempo di dimezzamento della radioattività  di 30 anni, e iodio 131, che si accumula nelle alghe ma decade più rapidamente. Sono tutti prodotti di fissione molto volatili, i primi a entrare in gioco. Ripeto, l’importante è che il contenimento primario resista, che i tecnici giapponesi riescano a tenere sotto controllo i reattori evitando che la temperatura salga violentemente. Se l’intervento d’emergenza dovesse fallire, lo scenario cambierebbe in maniera radicale».


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