Riscoprite l’epica dei nostri emigranti

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Chi è stanco di cronache miserabili. Chi ha nostalgia d’altri italiani. Chi continua a pensa che la storia non è soltanto una teoria di potenti. Chi è soltanto curioso di scoprire un grande scrittore felice e sconosciuto. Tutti possono avventurarsi nel magnifico viaggio lungo un secolo e seicento pagine de La signora di Ellis Island di Mimmo Gangemi. Un titolo che racconta due miracoli, uno finto e uno vero. Il primo è l’episodio che segnerà  per sempre la storia del protagonista e della sua famiglia. Giuseppe, contadino d’Aspromonte, nel 1902 lascia a vent’anni la sua terra per inseguire il sogno della “Merica”. Sbarca come milioni d’emigranti a Ellis Island e come molti viene respinto alla visita di controllo. Ma nella disperata attesa d’essere rimesso sulla nave degli sconfitti, gli compare una donna vestita di celeste, con un bambino in braccio, che gli apre le porte del Nuovo Continente. Per tutta la vita, Giuseppe si sentirà  toccato da quella grazia, poco importa se divina o fin troppo umana. L’altro miracolo è il libro stesso. Chissà  dove s’era nascosto in tutto questo tempo il talento di Mimmo Gangemi. Per decenni aveva inviato senza successo i suoi racconti agli editori, prima di essere scoperto da Giancarlo De Cataldo e segnalato a Einaudi, con cui ha pubblicato due anni fa la novella Il giudice meschino. Ora, a sessant’anni, l’ingegnere calabrese esordisce nel romanzo con uno dei rari capolavori della letteratura italiana della nostra epoca. La signora di Ellis Island è l’epopea di una famiglia di contadini calabresi attraverso tre generazioni e le tragedie del secolo breve, l’emigrazione in America, il ritorno in una terra già  malata di ‘ndrangheta, le due guerre mondiali e in mezzo il fascismo, il dopoguerra, il boom, fino alle soglie degli anni Settanta. È in gran parte la vera storia della famiglia di Mimmo Gangemi, tramandata come racconto della buonanotte dai padri ai figli «Da Saverio e Lorenzo Musitano nacquero Giuseppe…». Ma nella scrittura densa dell’autore, sospesa fra pietas e ironia, la saga familiare trasfigura in una grandiosa antistoria d’Italia, dalla parte degli umili e dei giusti. «A mio padre Saverio che fu uomo giusto» è dedicato il romanzo. Giuseppe e i suoi figli sono uomini giusti, in un tempo, in un Paese, in una Calabria rassegnati alle più infami ingiustizie. Da qui nasce il conflitto, con la terra e con il cielo. Come Giobbe, Giuseppe è sottoposto a terribili prove dal suo Dio, ma non smette di aspettarsi il meglio dal futuro, di lottare e d’amare. Si tratta in realtà  di due romanzi in uno, separati nei tempi e nei luoghi. Le prime duecento pagine sono la narrazione dell’avventura americana di Giuseppe e di un gruppo d’italiani nelle miniere e nelle fonderie dell’America più profonda del principio del secolo. Sono le più lontane nel tempo, le più belle del romanzo, ma anche le più attuali. Quasi scandalose, in un’Italia dove è in atto da anni una gigantesca rimozione del nostro passato di emigranti, poveri, reietti. Ma quanto eravamo grandi allora. Non esiste impresa paragonabile all’Odissea di un pugno di contadini calabresi calati nelle viscere di ferro e fuoco del nuovo mondo, nella speranza di conquistarsi un paradiso futuro. La seconda parte narra il ritorno a casa del nostro Ulisse contadino, la conquista di un pezzo di terra e di un briciolo di ricchezza, ovvero un podere di ulivi. E una nuova impresa titanica, la costruzione di una famiglia in un’Italia tormentata dalla fame e dalle guerre. La lenta ascesa sociale di una famiglia dove il regalo di un calamaio a un bambino diventa una rivoluzione epocale, capace di schiudere all’intero clan sconfinati orizzonti. Fino alla conquista della pace, in fondo a cent’anni di battaglie sui fronti, nelle fabbriche, nei sudatissimi campi. Qui finisce il racconto e comincia l’Italia contemporanea, così noiosa da raccontare. È una storia di famiglia che assomiglia a milioni d’altre italiane. L’eccezionalità  di La signora di Ellis Island consiste nel rivelarne la grandezza storica, la travolgente forza emotiva. Non eravamo più abituati a trovare nella nostra lingua, ma in generale nella letteratura occidentale, un modo così semplice, potente e sensuale di narrare l’amore, l’amicizia, la maternità  e la paternità , così come l’odio e l’ira. I sentimenti essenziali che ormai ci aspettiamo di veder affrontati soltanto nei romanzi di autori orientali o sudamericani. A parte questo, La signora di Ellis Island è un racconto sulla patria. Nel senso più nobile e perduto. È il racconto d’altri italiani, sempre poco narrati dalla letteratura. Nella convinzione che siano più interessanti i mostri di un carattere nazionale identificato nei soli vizi: il cinismo, l’opportunismo, l’irresponsabilità , la smemoratezza. Gli stessi personaggi e vizi che affollano ancora oggi le cronache. È una fortuna che un romanzo come questo esca proprio ora. Alla vigilia dei 150 anni dell’Unità , un anniversario che nessuno vuole festeggiare, perché a nessuno sembra che vi siano motivi per essere fieri Dalle pagine di Gangemi si esce con un sentimento d’appartenenza, un orgoglio che nessuna sfilata o cerimonia ufficiale avrebbe mai potuto restituirci.


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