Rivoluzionari battuti, festeggiano generali e islamisti

Un risultato quello dell’altro ieri non del tutto inatteso, nonostante alcuni sondaggi della vigilia dessero per vincente il «no». Fin troppo efficace è apparsa la propaganda che gli islamisti – non solo i Fratelli musulmani ma anche i salafiti – hanno svolto nelle le moschee, nelle aree rurali e nelle periferie urbane a favore di pochi emendamenti alla Costituzione del 1971, quindi di un «rapido ritorno alla normalità » e non di una riscrittura completa della legge suprema. Tra le novità  approvate, gli emendamenti introducono una riforma del mandato presidenziale, ridotto a quattro anni per un massimo di due mandati consecutivi. Solleva forti perplessità  il cambiamento all’articolo 75: alla presidenza andranno solo cittadini egiziani «puri». Né il candidato né i suoi genitori possono avere o aver avuto in passato altra cittadinanza e i candidati non possono essere sposati a persona non egiziana. Ciò significa che diversi oppositori dell’ex raìs Mubarak non potranno presentarsi alle presidenziali. I risultati definitivi della consultazione popolare danno i «sì» attorno al 77% dei voti e il «no» al 22%. In alcune regioni, molto povere (come quella del Fayum a sud del Cairo) il sostegno a favore degli emendamenti è stato plebiscitario. Nella capitale hanno votato due milioni e mezzo di persone, un milione e trecentomila si sono pronunciati per il «sì» e novecentomila per il «no». Per il «no» anche i due principali papabili per la presidenza, il segretario generale della Lega araba Amr Mussa e il capo del movimento per il cambiamento Mohamed ElBaradei, che sabato è stato il bersaglio di un’aggressione per impedirgli di accedere al seggio elettorale. «Non siamo riusciti a far valere le nostre ragioni, a spiegare alla popolazione che la Costituzione deve essere riscritta se si vuole fare dell’Egitto un paese realmente democratico» ha commentato un amareggiato Ahmed Maher, uno dei leader del movimento «6 Aprile» protagonista della rivoluzione. L’esito del voto di fatto è un via libera ai piani dei generali egiziani che controllano l’Egitto. Probabile a questo punto che le elezioni legislative e presidenziali si tengano nel giro di qualche mese, a tutto vantaggio dei Fratelli musulmani, l’unica forza politica realmente organizzata, almeno sino ad oggi, mentre una miriade di nuovi partitini in aggiunta a quelli già  esistente nell’era-Mubarak, ridurranno le possibilità  di successo delle forze laiche e progressiste. Secondo Abdel Ghani Hendi, del partito «11 febbraio» che raccoglie i giovani rivoluzionari, l’obiettivo ora si sposta sulla necessità  di formare e sensibilizzare le classi più povere e modeste in vista delle elezioni parlamentari che potrebbero tenersi alla fine dell’estate.


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