Scontri a Misurata e Zawiya. Il governo manda un negoziatore a Bengasi

Proteste? scontri? Macché. «Il popolo mi ama», ha detto ieri il colonnello Muammar Gheddafi a un piccolo gruppo di giornalisti (per lo più americani e britannici) a cui ha concesso un’intervista collettiva a Tripoli: «Sarebbero pronti a morire per proteggermi», ha detto. Testimonianze e immagini che giungono dal paese nordafricano – e da Tripoli stessa – dicono però tutt’altro.
A Tajura, quartiere popolare in Tripoli orientale, ieri circa 400 persone hanno manifestato per strada gridando slogans contro Gheddafi: lo riferisce un reporter dell’agenzia Reuter che era presente, e le forze di sicurezza accorrere e sparare. Si parla di quattro morti, ma non c’è conferma precisa.
Ancora più difficile avere conferme precise delle notizie da altrove nella Libia occidentale. Numerose testimonianze raccolte per telefono dall’agenzia reuter, o arrivate a Facebook e riprese da tv straniere, dicono che le città  di Zawiya (50 chilometri a ovest di Tripoli) e Misurata (200 chilometri a est della capitale) sono tenute dai ribelli, ma le forze governative stanno facendo o preparando attacchi per riprenderne il controllo. Un abitante di Zawiyah, cittadina strategica per la sua grande raffineria e il porto industriale, ha detto per telefono alla Reuter: «Stiamo aspettando un attacco delle brigate di Khamis ndr]. Sono ai bordi della città , a 5 o 7 chilometri, e sono numerosi». Da Misurata, città  costiera di mezzo milione di abitanti, arrivano notizie confuse: le forze governative tengono l’aeroporto, un testimone parla di combattimenti in cui i ribelli hanno colpito e atterrato un aereo che stava sparando sulla stazione radio locale. Tutto da verificare.
Tutte le testimonianze concordano invece sul fatto che Sirte, terza città  del paese, sulla costa a metà  strada tra Tripoli e Bengasi, resta saldamente con le forze fedeli a Gheddafi – del resto è la sua città , zona della sua gente, i Gadafa.
A Tripoli ieri un alto funzionario del governo di Gheddafi ha dichiarato alla Reuter che il governo sta mandando un inviato a bengasi – doveva essere partito ieri sera «portando cibo e medicinali per aiutare la popolazione della città ». Poco prima al Jazeera aveva riferito che Gheddafi ha incaricato il suo capo dei servizi di controspionaggio, Bouzaid Dordah, di andare a Bengasi per parlare con i ribelli.
Che sia una missione umanitaria o un tentativo di dialogo, a Bengasi dovrebbe interloquire con il «Consiglio nazionale libico», formato sabato per «dare un volto alla rivoluzione», secondo quanto hanno detto i ribelli. Domenica un portavoce del comitato nazionale ha però detto che non c’è ormai spazio di negoziato con il colonnello.
La Libia orientale controllata dai ribelli è ormai affollata di media stranieri. Qui ieri pomeriggio l’aviazione governativa ha compiuto un attacco e bombardato un deposito di armi e munizioni a Djabiya. Lo hanno confermato almeno due esponenti del comitato di sicurezza istituito dall’amministrazione provvisoria di Bengasi.
Diversi giornalisti stranieri nel capoluogo della Cirenaica riferiscono che centinaia di giovani desiderosi di andare a combattere contro le forze di Gheddafi vengono addestrati (e anche tenuti a freno) da alti ufficiali dell’esercito passati con i ribelli (ne riferiscono sia la Reuter, sia il quotidiano The Guardian). Molte armi sono state distribuite, la «radio liberata» di Bengasi riceve chiamate di cittadini che lamentano che ormai i fucili sono «nelle mani dei bambini». Un problema in più per il Comitato nazionale, che sta cercando di riportare la città  a una qualche normalità .


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