Siria, assalto ai palazzi del potere

Non è servito a nulla aprire le porte del carcere di Saydnaya e liberare 260 detenuti, per cercare di mostrare un volto riformatore: le proteste vanno avanti in Siria, con dozzine di morti, manifestazioni, edifici governativi dati alle fiamme e simboli del regime nella polvere. La scintilla che dal Maghreb ha acceso la rivolta anche in Siria appare ormai un incendio. Il centro della protesta contro il regime del clan Assad è la città  di Dera’a, nel sud del Paese. Qui i funerali dei manifestanti uccisi nei giorni scorsi dalle forze di sicurezza si sono trasformati ieri in nuove dimostrazioni, con giovani che chiedevano la fine del regime e ragazzi che saltavano sui resti della statua di Hafez al Assad, ex leader e padre dell’attuale presidente, atterrata nei giorni scorsi sull’esempio della statua di Saddam Hussein, abbattuta nel 2003 a Bagdad dalle truppe Usa. I dimostranti hanno cercato di organizzare un sit-in, la polizia è intervenuta pesantemente, usando gas lacrimogeni. A Tafas, poco lontano da Dera’a, i dimostranti hanno dato fuoco al palazzo del Baath, il partito al potere in Siria da mezzo secolo. Il bilancio degli scontri dei giorni scorsi è pesante: secondo dimostranti citati dalla tv satellitare Al Jazeera le vittime sono forse 150, ma non è possibile verificare la cifra. Fonti mediche parlano di «dozzine», il conto di Amnesty International arriva a 55, mentre le fonti ufficiali si fermano a tredici. Anche a Latakia, città  portuale a nord ovest di Damasco e punto di riferimento della setta Alauita, fra ieri e avantieri almeno sei persone sarebbero rimaste uccise e diverse altre ferite: Al Arabya parla di scontri a fuoco, sui social network si parla di battaglia aperta, ma anche qui non ci sono conferme indipendenti. Fonti governative di Damasco parlano di «cecchini» che hanno sparato sulle forze di sicurezza dai tetti. Anche in questa città  i dimostranti hanno bloccato le strade, incendiando vecchi copertoni, e hanno dato alle fiamme l’edificio che ospitava la sede del partito Baath e il palazzo della Syriatel, compagnia telefonica di proprietà  di Rami Makhluf, miliardario cugino del presidente Bashar al-Assad. Gli uffici della Syriatel erano stati già  dati alle fiamme nei giorni scorsi a Deraa. I manifestanti chiedono la fine del governo di Bashar al Assad, il figlio “moderato” succeduto al vecchio Hafez al Assad nel 2000. Fino a queste settimane, il presidente era considerato un riformatore, ma alle sue promesse di apertura non sono seguite decisioni concrete, né tanto meno il regime ha cancellato le leggi d’emergenza, come chiedevano i dimostranti. In altre parole, la risposta del governo alle richieste della piazza è stata sostanzialmente repressiva. E non è detto che nuove aperture vengano «nelle prossime ore o nei prossimi giorni», come ha annunciato proprio ieri il Muftì di Siria, massima autorità  religiosa sunnita. La spiegazione ufficiale dei disordini sembra anzi ribadire l’intenzione del regime di non concedere nulla alle richieste della piazza: Damasco si rifugia nella tradizionale spiegazione che si riferisce a un complotto di forze esterne. Buthayna Shaaban, consigliera presidenziale siriana, ha detto ieri ad Al Arabya che il Paese sarebbe obiettivo di un «progetto di smembramento su base confessionale». Secondo gli analisti, le possibili evoluzioni interne sono legate al comportamento delle Forze armate, come già  è successo in altri paesi scossi dalla “primavera araba”, primi fra tutti la Tunisia e l’Egitto. E le Forze armate siriane sono in gran maggioranza composte da musulmani sunniti, così come sunniti sono in gran parte i dimostranti: è difficile che i militari accettino ordini di repressione violenta dei confratelli, se questi ordini provengono dalla minoranza alauita, quella che detiene il potere da quarant’anni ma che fa parte dell’universo sciita.


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