Siria, la protesta nel sangue “I morti sono almeno 100” Assad promette riforme

È un giorno di tregua a Dera’a, dopo il mercoledì più sanguinoso nella storia siriana dell’ultimo trentennio. La pioggia inzuppa copertoni e lamiere carbonizzati dal fuoco appiccato durante gli scontri fra i dimostranti e le forze dell’ordine. Le famiglie piangono i morti, che nessuno sa più quanti siano davvero: almeno 37 per il personale ospedaliero; molti di più stando a un’organizzazione umanitaria, che ne azzarda 100. Le autorità  ne riconoscono 10. «Comunque troppi», s’inalbera l’opposizione pronta a configurare l’assalto come un «crimine contro l’umanità ». Così una protesta nata a Dera’a per l’arresto di 12 studenti, dopo che i “monelli” avevano spruzzato sui muri scritte inneggianti alle rivolte arabe ammirate in tv, rischia di convogliare l’intero Paese nel fiume rivoluzionario che inonda il Medio Oriente. Infatti per oggi, venerdì di preghiera, il popolo multiforme di Internet proclama la “giornata dei martiri”, approfittando dei larghi assembramenti nelle moschee. Le condanne internazionali piovono su Damasco, quando a sorpresa nel pomeriggio la consigliera del presidente, Bouthaina Sha’aban, convoca la stampa per esporre una raffica di riforme. «Non apriremo più il fuoco sui cittadini, revocheremo lo stato d’emergenza», dice Sha’aban. «Il presidente Bashar al-Assad non ha mai dato ordine di sparare contro i manifestanti», assicura. «Le rivendicazioni sono importanti e legittime», ammette. «Risponderemo alle aspirazioni del popolo». In un crescendo di promesse, anticipa il varo di una legge sui partiti e sulla stampa, misure efficaci contro la corruzione, il rafforzamento del sistema giudiziario, nuovi posti di lavoro per i giovani, tagli alle imposte sul reddito, aumenti del 30 per cento per i dipendenti e i pensionati statali. In serata arriva il rilascio di tutti i militanti fermati. Il cielo di Dera’a si rischiara coi fuochi d’artificio esplosi per il giubilo dopo che i reparti anti-sommossa ricevono l’ordine di ritirarsi. Washington, però, introduce una nota di cautela: «Dal governo siriano ci aspettiamo fatti, non parole». E ripete la «condanna delle uccisioni dei civili e degli arresti arbitrari». Nonostante i propositi presidenziali, oggi si saprà  se quelli di Dera’a sono “moti locali”, innescati dal fermento in una regione rurale, conservatrice, tribale, impoverita dalla siccità  che ha dimezzato il raccolto del grano, oppure se le piazze siriane si schiereranno coi ribelli. Se cioè il piccolo centro al confine con la Giordania entrerà  nella storia col titolo di “Sidibouzid della Siria” come vorrebbe l’opposizione, richiamandosi al villaggio tunisino dov’è partita la Rivoluzione dei gelsomini, la madre di tutte le rivolte arabe. I paralleli fra Dera’a e Sidibouzid sono più d’uno: l’arretratezza economica rispetto alle grandi città  – Damasco, Aleppo – dove molto è stato investito dopo l’ingresso del Paese nell’economia di mercato; la stoltezza del funzionario locale nel trasferire gli adolescenti al famigerato braccio della polizia segreta, “la centrale Palestina” di Damasco; un’ottusità  paragonabile allo schiaffo assestato dall’impiegata comunale a Mohamed Bouaziz, l’eroe della rivolta tunisina. In entrambi i casi la repressione delle proteste è stata cruenta. Ma per molti altri versi, le strade divergono. Dera’a pone sul tavolo alcune questioni puramente locali. Ad esempio la compravendita delle terre, che in quell’area di confine, in un Paese tecnicamente in guerra con Israele, va approvata dalle autorità  per assicurare che gli acquirenti non siano “affiliati ai nemici”. E qui entra in campo la corruzione, uno dei tasti più infuocati: le prebende richieste per vidimare gli atti di vendita. Infine fa capolino una vena fondamentalista, invisa a un regime di stampo laico e socialista. Dal pulpito della moschea Omari assalita nel “mercoledì di sangue”, i radicali sunniti lanciano invettive ai musulmani sciiti con epiteti di “kafir”, eretici, riproponendo scismi consumati 1300 anni. Per estensione gli slogan nei cortei attaccano la “blasfema alleanza” di Damasco con l’Hezbollah libanese e l’Iran, sciiti: «I siriani degni d’onore non si associano all’Iran o a Hezbollah», scandiscono i dimostranti. Ma tutto questo non modifica la sostanza, che potrebbe fornire il collante necessario fra Dera’a e le grandi piazze siriane.


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