A Collecchio è l’ora dell’orgoglio “L’offerta premia il nostro lavoro”

COLLECCHIO (PARMA) – Al bar “Settimo cielo”, di fronte al municipio, si scherza anche. «Come si dice in francese rosetta con il prosciutto? Se arrivano i nuovi padroni, dobbiamo essere pronti». «Ma questa Lactalis, come si pronuncia?». A Collecchio, il paese che assieme alla Parmalat ha vissuto gli anni della gloria e della disperazione e poi della nuova speranza, si cerca di imparare il significato di parole nuove: «Opa totalitaria», «cordata tricolore», «debacle»… Ma nella nuova «colonia francese» – come l’ha chiamata Umberto Bossi – c’è anche chi si sente soddisfatto. «Se la Lactalis è pronta a valutare la Parmalat 4,75 euro di euro – dicono Diego Savi e Claudio Lombardelli, che lavorano nell’ex azienda di Calisto Tanzi e sono delegati Rsu Cgil – questo significa che noi, quei lavoratori di cui non si parla mai perché sembra che tutto dipenda dalle finanziarie e dalla cordate, abbiamo lavorato bene. Abbiamo salvato un patrimonio, e adesso c’è chi riconosce il nostro valore e le nostre capacità ». Non hanno timore di parlare di «orgoglio», i lavoratori Parmalat. «I giorni del crac li ricorderemo per sempre. Era l’antivigilia di Natale del 2008 e invece delle feste arrivò la paura. La rabbia dei risparmiatori, i dirigenti in fuga… Ma noi restammo in fabbrica, a lavorare, perché il marcio era fuori, non nei reparti di produzione e solo continuando a lavorare avremmo potuto salvare l’azienda. Non tutti ricordano che in quei primi giorni ci fu una sorta di autogestione, guidata da noi operai, dalle organizzazioni sindacali e dai manager rimasti. Per fortuna eravamo preparati. Nel 1997, primi in Italia, avevamo fatto un accordo sulla professionalità . Non più “stessa mansione, stesso stipendio”, ma premi a chi imparava di più e lavorava meglio. Non più postazione fissa ma capacità  di lavorare assieme agli altri in un’intera area produttiva. Solo così ci siamo costruiti quell’esperienza che nei mesi del crac ci ha permesso di tenere aperta l’azienda. Mancava la soda per lavare gli impianti? Si inventava subito un altro detergente. Mancava la colla per incollare i cartoni del latte? Si andava a prendere nel reparto dove non serviva con urgenza. Noi pensiamo che il senso di appartenenza sia stato fondamentale, in quei giorni. E’ stato il valore aggiunto che ci ha permesso di superare i momenti più duri. E adesso siamo convinti – o almeno speriamo – che la Lactalis sia decisa a spendere tanto per la Parmalat perché sa che ci siamo anche noi, compresi nel prezzo: gli operai che sono riusciti a salvare un’azienda». L’arrivo dei francesi non sembra scuotere troppo nemmeno Parma. Del resto, i cugini d’Oltralpe qui sono arrivati da un pezzo. Cariparma, 7° gruppo bancario italiano, è per l’85% nelle mani del Crédit agricole francese, lo stesso che assieme ad altri tre gruppi finanziari sostiene l’Opa di Lactalis su Parmalat. «Per fortuna – dice il sindaco Pietro Vignali – siamo lontani dall’atmosfera del crac ma qualche preoccupazione c’è. Io avrei preferito la cordata italiana, l’avevo scritto anche a Tremonti, ma in questo mondo globalizzato diventa difficile rialzare barriere e confini napoleonici. Io nella cordata italiana ci spero ancora e faccio il tifo per lei. Ma l’importante è che la nuova proprietà  salvaguardi l’impresa, i prodotti, i lavoratori. E sulla carta d’identità  del proprietario non è che al giorno d’oggi possiamo fare più di tanto». Mille lavoratori Parmalat a Collecchio, altri 1.200 in Italia. Il 16 maggio ci sarà  un incontro fra i sindacati alimentaristi di Cgil, Cisl e Uil con i lanciatori francesi dell’Opa totalitaria. «L’avevamo chiesto – racconta Tilla Pugnetti della Flai Cgil – quando Lactalis aveva alzato la propria quota al 26%, un mese fa. Ci hanno detto sì ancora prima di lanciare l’Opa. Ci sono tante cose da chiarire. Certo, il fatto che Lactalis sia un gruppo industriale e non una finanziaria ci tranquillizza. Ma quando i francesi scrivono che la “testa dell’azienda resta in Italia”, non si precisa che questa testa deve restare a Parma». C’è anche rimpianto perché, a 8 anni dal crac, sta per finire la gestione commissariale di Enrico Bondi. «L’azienda dei manager tornerà  ad essere un’azienda dei padroni. Finisce così una public company che è stata un’esperienza interessante e che, con un intervento del governo, avrebbe potuto continuare. La Parmalat del dopo crac è stata un esempio di democrazia economica che purtroppo non ha avuto futuro». Nemmeno il deputato parmigiano della Lega Nord, Fabio Rainieri, parla di «colonia francese». «Anch’io avrei voluto che la Parmalat restasse italiana, ma credo che Lactalis ormai abbia partita vinta. Il gruppo francese è serio ma prima di tutto bisogna conoscere il suo piano industriale. Lo chiediamo noi produttori agricoli – anch’io ho le vacche da latte ma solo per il Parmigiano – e i lavoratori dell’azienda. Gli allevatori che conferiscono il latte alla Parmalat sono i più angosciati, perché fino ad oggi l’azienda ha sempre fatto contratti individuali, azienda per azienda. Così chi aveva il latte migliore era premiato anche con il prezzo. Se Lactalis applica invece il contratto nazionale italiano, nelle aziende agricole entreranno meno soldi. Ma c’è una speranza: in Francia il latte viene pagato meglio che in Italia. Speriamo che anche i prezzi francesi varchino la frontiera».


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