Dalla Libia alla Costa D’Avorio Sarkozy presidente “guerriero” per riconquistare i francesi

Insomma i conflitti in cui è impegnata la Francia sarebbero i costosi talismani (più di un miliardo di euro nel 2011) di cui Nicolas Sarkozy si serve per attirare i voti dei suoi ormai riluttanti concittadini della Quinta Repubblica. Ma è senz’altro ingiusto ridurre a queste considerazioni il ruolo di Nicolas Sarkozy nelle crisi armate. Le ambizioni politiche personali non escludono più alte motivazioni. Se le malelingue, tanto tenaci quanto ovvie, hanno ragione Nicolas Sarkozy si fa delle illusioni. Le guerre non portano fortuna neppure a coloro che le vincono. È forse esagerato rievocare i casi entrati nella storia, può tuttavia essere utile. Georges Clemenceau, capo del governo vittorioso nella Prima guerra mondiale, è bocciato dal Parlamento quando tenta di diventare presidentedella Repubblica. Più vicino a noi Winston Churchill vince la Seconda Guerra mondiale e viene subito sconfitto dagli elettori. E ancora Charles de Gaulle, capo della Francia resistente, poco dopo la liberazione gira le spalle per quasi tre lustri al potere senza rimpianti da parte dei francesi che gli devono l’onore della nazione. Va ricordato anche George Bush senior, sconfitto alle elezioni dopo essere stato il presidente americano al momento dell’implosione dell’Unione Sovietica, e quindi della fine della guerra fredda, oltre che il vincitore della prima guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, nel 1991. Si possono citare due eccezioni: Bush junior che vince le elezioni, nel 2004, un anno dopo avere promosso la seconda guerra contro l’Iraq; e prima ancora Margaret Thatcher che trionfa dopo la spedizione nelle isole Malvine. Questo sommario excursus rievoca casi celebri, verificatisi in contesti diversi, non sempre paragonabili alle tre imprese belliche di Nicolas Sarkozy. Le quali, essendo simultanee, rappresentano, però, nella memoria, un fatto nuovo, e rivelano un impegno militare eccezionale (di trentamila uomini) per il paese. Ironizzano i critici e i comici parigini dediti alla satira politica: «Sarkozy il guerriero, se potesse di guerre ne farebbe una al giorno». Non si fa invece dell’ironia Oltreoceano: là  c’è una ricca tradizione di guerre cominciate a ridosso delle campagne elettorali. Hollywood se ne è occupata con un film in cui Robert De Niro, nella veste di consigliere, per coprire uno scandalo sessuale in cui è coinvolto il presidente, suggerisce una falsa operazione militare contro l’Albania. Ma le iniziative belliche di Sarkozy sono prese sul serio. Sono apprezzate, soprattutto dai neoconservatori. In una corrispondenza da Washington, Corine Lesnes scrive (su Le Monde) che la crisi irachena del 2003, quando Jacques Chirac si oppose all’invasione voluta da Bush junior, aveva fatto riemergere l’espressione «cheese eating surrender monkeys» (scimmie vigliacche mangiatrici di formaggio), con la quale venivano designati i francesi nel disegno animato «I Simpson». L’insolente, insultante, immagine era ispirata dalla disfatta francese del 1940. Ma ecco che nel 2011 la stima degli americani nei confronti dei francesi, che guidano l’intervento aereo in Libia, risale in modo clamoroso. La rivista dei neoconservatori, Weekly Standard, pubblica un titolo vistoso, «Viva Sarkozy», e il presidente parigino è designato come il «George Bush della Francia». Sarkozy viene strumentalizzato soprattutto per denigrare Barack Obama: il quale si è lasciato superare persino dai francesi. Gli americani sono in coda, dietro di loro. Per i neocon Obama è scivolato nel ridicolo. Ma c’è poco di ridicolo nella questione libica, che insieme a quella della Costa d’Avorio, è all’origine della controversa immagine del “guerriero” Sarkozy. Nelle decisioni di un uomo che detiene il potere si sommano inevitabilmente calcoli di politica interna, anche quando quelle decisioni riguardano il teatro internazionale e possono essere ispirate da valori etici. Il presidente francese ha certamente ubbidito a quel riflesso e ha valutato gli effetti delle sue iniziative belliche sull’opinione pubblica, con lui molto avara di consensi. Finora l’impegno di forze militari in appoggio ai ribelli libici è stato accolto favorevolmente dai francesi. Il 66 per cento ha infatti approvato l’intervento militare cominciato il 19 marzo con le incursioni di Mirages e Rafales nelle vicinanze di Bengasi. E gli istituti che hanno compiuto i sondaggi hanno rilevato una svolta spettacolare nell’opinione pubblica, due settimane prima decisamente contraria (63 per cento) a un intervento. Il successivo consenso, dovuto con tutta probabilità  alle informazioni sulle violenze compiute dagli uomini di Gheddafi sulla popolazione civile, potrebbe sgretolarsi molto presto, se la crisi si prolungasse o intervenissero novità  sui negoziati in corso. Ma a conferma che le guerre non aumentano la popolarità  di chi le promuove (e che magari le vince) ci sono i sondaggi riguardanti Sarkozy in quanto presidente. I quali restano sfavorevoli. I consensi sarebbero sostanzialmente fermi al 30 per cento. In previsione delle presidenziali dell’anno prossimo Sarkozy continua ad essere impopolare. La veste del guerriero non l’aiuta. Nelle elezioni contano i problemi economici e sociali, all’interno del paese. Il primo ministro, Franà§ois Fillon, suo subalterno, raccoglie quasi il doppio dei voti virtuali. Il presidente della Repubblica è il capo delle forze armate e non ha bisogno dell’approvazione del Parlamento per promuovere un’azione militare all’estero. La Costituzione impone però al governo di informarlo entro tre giorni; e, se segue un dibattito, questo non si conclude con un voto. È soltanto quando l’intervento si prolunga oltre quattro mesi che il Parlamento è chiamato a pronunciarsi. L’opposizione socialista ha comunque sostenuto l’intervento delle forze aree in Libia, ritenendo che potesse rimediare alla perdita di credibilità  della Francia, lenta e goffa nel reagire all’inizio della rivoluzione araba, in Tunisia e in Egitto. È infatti dopo la scarsa comprensione di quanto accadeva al di là  del Mediterraneo che Nicolas Sarkozy ha deciso di recuperare impegnandosi in Libia. Da allora il ruolo della Francia è stato essenziale sia all’ONU, al fine di avere via libera dal Consiglio di Sicurezza, sia nel concordare con l’Inghilterra gli interventi aerei, rivelatisi provvidenziali per la città  di Bengasi, roccaforte degli insorti, sul punto di essere investita dai carri armati di Gheddafi. La rapida intesa tra Nicolas Sarkozy e David Cameron ha fatto da guida alla parte iniziale dell’operazione, lasciando nella retrovia gli Stati Uniti di Barack Obama, pesantemente coinvolti in Afghanistan e in Iraq. Nicolas Sarkozy ha agito in quelle ore con la velocità  e la decisione di un giocatore di rugby, diretto a testa bassa in meta senza badare ad amici e avversari. Stringendo l’intesa con la Gran Bretagna sul piano militare, ha preso le distanze dalla Germania, suo principale partner, ma riluttante ad assumere un impegno militare diretto. Sarkozy ha dato molte gomitate. Per restare alla testa dell’impresa ha cercato invano di contrastare la Nato, destinata ad assumere la direzione militare, e quindi a far rientrare, se cosi si può dire, la Francia nei ranghi. Resta che l’Operazione Alba dell’Odissea è stata promossa soprattutto grazie all’intesa Sarkozy-Cameron. La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, che autorizza l’uso delle armi per proteggere la popolazione civile, segna una svolta: anzitutto ha una motivazione etica, giustifica il ricorso alla forza nel nome dei diritti umani. L’intervento nel Kosovo, nel 1999, avvenne senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza. E, nel 2003, l’invasione dell’Iraq, fu promossa contro il suo parere. Il diritto d’intervento umanitario riguarda un altro conflitto in cui la Francia è coinvolta. La risoluzione 1975, approvata dal Consiglio di Sicurezza due settimane dopo quella riguardante la Libia, legittima anche la presenza militare in Costa d’Avorio, in preda a una feroce guerra civile. Il fatto che si tratti di un’ex colonia francese può favorire critiche e sospetti, benché la legalità  internazionale sia stata rispettata, e sia innegabile che la popolazione civile sia in balia delle fazioni in lotta. In quanto all’Afghanistan, la Francia vive insieme agli altri paesi della Nato le incertezze di un conflitto di cui è difficile vedere la fine. E che comunque lui, Sarkozy, ha ereditato da un governo socialista. Quello di Lionel Jospin, all’inizio dello scorso decennio.


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