Fed, l'”oracolo” Bernanke al capezzale del dollaro Fmi: sorpasso cinese nel 2016

NEW YORK – Il Fondo monetario internazionale fissa una data nuova, vicinissima, per il sorpasso del Pil cinese su quello americano: accadrà  già  nel 2016. Un quinquennio soltanto, secondo il Fmi, è quel che resta alla leadership Usa misurata dal Pil. E l’America si chiede se il dollaro sia giunto ormai al suo «declino terminale», abbandonato perfino dai tradizionali sostegni asiatici in Cina e Giappone. I mercati attendono con trepidazione le parole dell'”oracolo” Ben Bernanke. Con uno strappo alla tradizione, il banchiere centrale degli Stati Uniti segnala anche lui la fine di un’èra. Oggi e domani riunisce il consiglio direttivo della Federal Reserve per decidere il da farsi sui tassi d’interesse. Per la prima volta nella storia questa riunione non si concluderà  mercoledì con il solito comunicato di mezza pagina, bensì con una vera conferenza stampa. Apriti cielo: «L’èra della trasparenza alla Fed» è talmente sorprendente che il Wall Street Journal apre un sondaggio tra i suoi lettori per concordare le domande da rivolgere domani a Bernanke. Da lì possono arrivare indicazioni cruciali sul futuro dell’economia mondiale. La crisi di sfiducia che investe il dollaro ha ripercussioni su tutti: penalizza le esportazioni europee, rafforza la galoppata al rialzo dell’oro e delle materie prime. Il dollaro è tornato ai minimi storici dell’agosto 2008, cioè agli albori della crisi finanziaria. Le cause di questa debolezza sono tre, due interne ed una esterna. La prima è la politica del tasso zero applicata dalla Fed, che deprime i rendimenti in dollari: a differenza della Bce che ha già  iniziato ad aumentare i tassi sull’euro, per non parlare delle banche centrali dei paesi emergenti (India, Brasile) e produttori di materie prime (Canada, Australia) che praticano tassi elevati per contrastare l’inflazione. La seconda ragione della fuga dal dollaro è l’allarme per il debito pubblico degli Stati Uniti e la sensazione che sia lontana un’intesa fra Barack Obama e i repubblicani sul risanamento dei conti. La terza, esterna, si trova a Pechino e a Tokyo. Il risparmio giapponese cala per effetto dell’invecchiamento demografico, inoltre il Sol Levante ha bisogno di rimpatriare capitali investiti all’estero per evitare una recessione post-tsunami. In quanto alla Cina, alle prese con un’inflazione (5% ufficiale, 10% reale) pericolosa per la sua stabilità  interna, sembra apprestarsi a un cambio di strategia valutaria: forse annuncerà  un rivalutazione del renminbi per rendere meno care le importazioni. Questo si accompagna a un calo negli acquisti cinesi di titoli pubblici americani. Privato di questi sostegni il dollaro potrebbe sprofondare senza limiti. A meno che “l’oracolo” Bernanke dia qualche segnale di sostegno. L’interrogativo riguarda quel che accadrà  a giugno: è il mese in cui la Fed concluderà  la sua controversa politica di «pompaggio di liquidità », che ha avuto un ruolo non secondario nell’indebolire il dollaro. Quella politica è stata dettata dall’emergenza, doveva impedire che l’America scivolasse verso una seconda recessione. Annunciata a novembre, consisteva in massicci acquisti (600 miliardi di dollari) di titoli del debito pubblico americano: un modo per erogare credito a buon mercato. Giugno si avvicina, siamo al conto alla rovescia. Nessuno riesce a prevedere come reagiranno i mercati quando verrà  meno l’abbondante liquidità  fornita dalla Fed. E poi, che farà  Bernanke di tutti quei titoli pubblici (2.000 miliardi) che ha in cassaforte? Se dovesse iniziare a venderli, farà  salire i tassi d’interesse. In seno alla Fed il dibattito è acceso, un’ala di “falchi” ritiene che sia giunto il momento di aprire gli occhi di fronte al pericolo dell’inflazione. Ma con un debito pubblico che sta per toccare la “soglia proibita” dei 14.300 miliardi, cioè il limite legale fissato dal Congresso, e in assenza di un’intesa con i repubblicani per ritoccarlo al rialzo, è prudente che la Fed annunci la prossima vendita della montagna di Bot che ha in cassaforte? Per dissuadere Bernanke è già  all’opera la lobby più potente: Wall Street. La politica del denaro facile non ha avuto forse gli effetti sperati nel ridurre la disoccupazione. Ma è stata una benedizione per i profitti delle banche. Che investano nella nuova “bolla” della Silicon Valley, nell’oro, nei futures del grano, hedge fund e banchieri vogliono continuare a godere della rendita Bernanke.


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