Giappone, un fiume radioattivo sfocia nel mare

Con nonchalance solo apparente, i vertici della compagnia avevano precedentemente annunciato questa soluzione per sbarazzarsi di un’enorme pozza contaminata che, secondo la loro versione, ostacolerebbe il lavoro dei tecnici chiamati a ripristinare il funzionamento dell’impianto.
L’acqua è radioattiva “solo” cento volte oltre il limite legale, quindi a un livello “relativamente basso”, secondo la compagnia.

A proposito dei tecnici, giunge voce che gli uomini in tuta bianca che in questi giorni si avventurano all’interno dei reattori danneggiati, tra cui gli ormai famosi “Cinquanta di Fukushima“, sarebbero volontari solo fino a un certo punto: gente con età  non inferiore ai cinquant’anni, retribuiti duemila dollari al giorno, non necessariamente “tecnici”, che rischiano la vita appesi all’amo del ricatto occupazionale.
Notizia da verificare ma che trova parziale conferma in una testimonianza raccolta dal New York Times. Kunikazu Takahashi, 47 anni, è stato intervistato in un centro di raccolta dove è sfollato insieme all’anziana madre. Sente di non avere scelta, per guadagnare il necessario al mantenimento di entrambi, deve tornare al suo lavoro come tecnico all’impianto di Fukushima Daini, che dista una decina di chilometri da quello danneggiato.
“Mi hanno cercato diversi giorni fa – racconta – devo tornarci”. Nell’economia stagnante di Fukushima, si considera fortunato ad avere ancora un lavoro. Quanto ai pericoli: “Cerco di non pensarci“.

La scelta di rilasciare acqua contaminata nel Pacifico urta ulteriormente i nervi del governo, già  abbastanza scossi perché la compagnia energetica non ha ancora posto rimedio alla falla del pozzo di contenimento del reattore numero 2 che riversa materiale fortemente radioattivo – più di quello del rilascio “volontario” – nell’oceano.
Inoltre è stata riscontrata radioattività  superiore alla norma oltre il raggio di trenta chilometri dalla centrale, il limite di sicurezza stabilito dalle autorità  giapponesi per l’evacuazione dei residenti. L’impressione è che nessuno sappia bene qual è la distanza precauzionale, dato che Greenpeace, sulla base delle analisi effettuate intorno al sito, aveva già  chiesto l’estensione della zona off-limits fino a quaranta chilometri e il governo Usa addirittura a ottanta.

Le radiazioni sembrano quindi sfuggire per aria, per terra, e ora anche per mare. Così l’esecutivo si smarca parzialmente della Tepco e comincia a premere con stizza sulla utility di Tokyo: “Dobbiamo assolutamente fermare l’infiltrazione di acqua contaminata il più presto possibile: con questa forte determinazione, abbiamo chiesto alla Tepco di agire in fretta”, ha dichiarato il “volto” del governo Kan, quel Yukio Edano, capo di gabinetto, che dall’11 marzo compare sempre più imbarazzato davanti alla stampa. In mancanza di una svolta immediata – ha aggiunto in conferenza stampa – la fuoriuscita radioattiva “avrà  un pesante impatto sull’oceano“.

Si fantastica così su un’isola di contenimento galleggiante che dovrebbe essere collocata nello specchio di mare antistante alla centrale e che dovrebbe letteralmente “inghiottire” il materiale radioattivo rilasciato in acqua. Si tratta di un’enorme struttura d’acciaio ancorata nel porto di Shimizu, dove svolge la funzione di parco acquatico, e che la città  ha già  offerto alla Tepco. Sarebbe in grado di contenere 10mila tonnellate d’acqua senza affondare. Resta il mistero su dove poi sarebbe trasportata l’isola con il suo contenuto radioattivo.

Nel frattempo, il governo ha anche annunciato che sarà  probabilmente costretto a rivedere i propri target di riduzione delle emissioni di Co2 entro il 2020. Erano tra i più ambiziosi al mondo: il venti per cento in meno rispetto ai livelli del 1990. Un vero fiore all’occhiello per chi diede il nome al protocollo di Kyoto. Ma a quei tempi, l’energia atomica sembrava un’alternativa “verde”; oggi è lo stesso futuro del programma nucleare giapponese a essere in bilico.


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